Plenum straordinario con il ministro della Giustizia Angelino Alfano

Plenum straordinario con il ministro della Giustizia Angelino Alfano

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PLENUM STRAORDINARIO DEL CSM

CON IL MINISTRO DELLA GIUSTIZIA ANGELINO ALFANO

18 ottobre 2010

 

 

Porgo al Ministro della Giustizia on. Angelino Alfano i saluti più cordiali e lo ringrazio, anche a nome di tutto il Consiglio Superiore della Magistratura, per avere accettato sollecitamente l’invito a questo incontro, finalizzato oltre che al tradizionale viatico di proficua collaborazione, ad una riflessione sulle problematiche della giustizia.

Il tema della giustizia rimane al centro del dibattito politico, purtroppo non di rado brandito più come arma contundente che come tema su cui riflettere per trovare soluzioni ai problemi dei cittadini.

Le difficoltà sono certamente molteplici e probabilmente necessitano, per essere superate, che siano sciolti alcuni nodi politici ancora troppo serrati perché risulti possibile varare riforme serene ed equilibrate, suscettibili di trovare quell’ampio consenso necessario a dare supporto al cammino di qualsiasi intervento normativo efficace, ma soprattutto –come ha ricordato il Presidente della Repubblica- riforme organiche e di ampio respiro, non condizionate dalle contingenze.

E’ di questi giorni la notizia della proposta di una riforma costituzionale su molte problematiche di politica giudiziaria più delicate e controverse. Non è questa la sede e l’occasione per discuterne con il Ministro, ma il Consiglio non mancherà di dare il proprio contributo in una materia così qualificante e specificamente inerente la sua attività ed il suo ruolo, se e quando disporrà di un testo di disegno di legge.

Vi sono tuttavia una serie di interventi di notevoli potenzialità funzionali che, pur prescindendo dallo scioglimento di nodi politici e costituzionali, non per questo faticano meno a trovare lo spazio e la convergenza necessari, quasi che il triste destino della giustizia fosse perennemente in bilico tra riforma radicale e status quo.

Io credo che nessuno possa rassegnarsi a questo destino e che il Consiglio debba farsi promotore di un’azione di razionalizzazione del dibattito, incalzando tutti i protagonisti, ma soprattutto facendosi parte diligente per correggere e migliorare tutto quanto dipende da noi.

Non si può, ad esempio, far finta di non vedere come lo stato di decozione in cui versa la giustizia civile costituisca una zavorra per l’intero tessuto economico del Paese: si tratta di un vero e proprio costo, che non ci possiamo permettere, come è evidente anche ai cittadini ed al mondo delle imprese che ci osservano e ci giudicano.

La geografia giudiziaria italiana, con i suoi circa 1500 uffici giudiziari, risale ad un’epoca in cui ci si spostava a cavallo, in un contesto essenzialmente agricolo: il terzo millennio è un altro mondo e non può essere affrontato con strutture irrazionali e antieconomiche; peraltro il nostro raffinato sistema processuale determina un tale numero di incompatibilità da rendere indispensabile l’eliminazione di uffici al di sotto di adeguate dimensioni d’organico. Una politica che aspiri a governare il Paese non può sottrarsi ad un intervento di revisione delle circoscrizioni giudiziarie. Il precedente CSM aveva predisposto una accurata risoluzione sul punto, che meriterebbe di essere valutata attentamente.

La scelta di escludere in via di principio i magistrati di prima nomina dalle procure della Repubblica e dagli uffici monocratici penali, sta scardinando la giustizia in zone molto esposte alla criminalità organizzata, producendo il paradossale effetto indotto di aprire ai neo-magistrati le sedi più ambite del paese. Va apprezzata la scelta che ha consentito di derogare a questo divieto per i magistrati di cui al D.M. 2.10.09, ma forse occorrerà ripensare all’opportunità di un divieto che è nato già datato, frutto di una preoccupazione che non si coniuga con l’attuale strutturazione ordinamentale del P.M. e che, in ogni caso, rende non governabile la situazione degli uffici meridionali.

Il Consiglio sta valutando proprio in questi giorni se disporre qualche trasferimento d’ufficio, fra i pochi possibili all’esito della assegnazione dei neo-magistrati ordinari di Tribunale, ma così si scopriranno le sedi limitrofe, spostando il problema, a prescindere dal disagio dei singoli e dall’inevitabile contenzioso. Il problema delle scoperture e dei trasferimenti dei magistrati si risolve solo con la copertura degli organici: con tutte le sedi coperte questa disputa perderebbe di senso. 

Invece sembra andarsi in direzione opposta: l’intervento finanziario varato con il decreto legge n. 78/2010 sta determinando una situazione di assoluta urgenza: a fronte di circa 1200 scoperture di organico, il numero dei magistrati che, avendo maturato il massimo dell’età pensionabile, non intendono vedersi rateizzata la corresponsione della buonuscita, è sin d’ora ipotizzabile in circa 350 unità; parte non trascurabile di costoro lasceranno improvvisamente scoperta la direzione di molti uffici giudiziari. Si tratta di un ulteriore colpo al funzionamento della macchina giudiziaria che andrebbe assolutamente impedito. 

D’altro canto anche gli organici del personale amministrativo sono del tutto insufficienti: solo qualche giorno fa una delegazione dei giudici di pace mi ha riferito che presso gli uffici romani fra il deposito della motivazione della sentenza già redatta a computer e la sua pubblicazione intercorre un anno e mezzo! Un tempo siderale se si considerano i modesti adempimenti da effettuare. Un intervento normativo di poche righe in materia di notifiche risolverebbe il problema. 

Sono stati fatti considerevoli investimenti nella tecnologia e nell’informatica, come ha voluto ribadire il Capo dello Stato, esprimendo il più vivo apprezzamento per la realizzazione dei progetti di informatizzazione della giustizia, indispensabili per garantire la piena attuazione dei principi del giusto processo. 

Ecco perché appare necessario assicurare ai magistrati attrezzature informatiche moderne. 

Grande attenzione deve essere riservata all’accesso informatico ai dati dei registri degli uffici giudiziari, al fine di salvaguardare l’autonomia della giurisdizione.

Insomma, Signor Ministro, la dotazione di risorse materiali e umane alla Magistratura esige investimenti adeguati.

Più in generale occorre incentivare la deflazione del contenzioso, sia civile che penale. Nel settore civile è indispensabile pensare anche ad una tutela non giudiziale di alcuni diritti, forse alla eliminazione delle residue competenze monocratiche in primo grado, alla individuazione di procedure specifiche per determinate questioni seriali, a meccanismi conciliativi efficienti in linea con il Decreto Legislativo sulla mediazione, alla razionalizzazione ed alla “bonifica” di alcuni settori del contenzioso previdenziale. 

Il nostro paese ha costruito un impianto penale sostanzialmente ridondante di fattispecie incriminatorie e ricco di raffinate garanzie processuali. Basti pensare al numero di magistrati che si occupano di ogni singolo processo nei diversi gradi e nei diversi ruoli: se ne contano oltre 15, omettendo di considerare l’eventuale fase cautelare, peraltro sempre più frequente, atteso che la pena è tutt’altro che certa e rapida. E’ del tutto evidente che uno strumento così articolato e costoso non può servire ad affrontare le molte questioni “bagatellari” che soffocano il nostro sistema.

Il carcere, con un sovraffollamento che ha raggiunto livelli non degni di un paese civile, non può essere l’unica risposta, anche per i costi economici che esso comporta. Oltre che depenalizzare è indispensabile dare rilevanza estintiva alle condotte riparatorie e pensare a pene alternative.

I cittadini sono consapevoli che una giustizia efficiente è un fattore di crescita, mentre una giustizia inefficiente è una zavorra che nessun paese moderno può permettersi. 

Il Consiglio non intende sottrarsi alle proprie responsabilità e farà la sua parte fino in fondo, non solo con corretti e tempestivi atti di amministrazione ma valorizzando ancor più lo strumento della formazione, anche per generalizzare le prassi virtuose.

Da Lei, Signor Ministro, ci aspettiamo la disponibilità alla leale collaborazione istituzionale, nel superiore interesse della Giustizia che si riconduce alla nostra responsabilità “consolare”o, se preferisce, dualistica, se posso attingere ad un termine proprio della riforma societaria che ho avuto l’onore di tenere a battesimo. Ferma ovviamente la rispettiva specificità dei ruoli costituzionalmente definiti. 

 

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