Vietti al congresso di Magistratura Democratica

Vietti al congresso di Magistratura Democratica

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Ho accettato con piacere l’invito ad intervenire al congresso di Magistratura Democratica, non solo per portare il doveroso saluto del Vice Presidente del C.S.M. ad una autorevole associazione di magistrati ed alla sua qualificata rappresentanza consiliare, che ringrazio per la fattiva collaborazione, ma anche perché sono convinto che la storia e la cultura di questa articolazione dell’ANM testimoni, dentro la magistratura, una costante e attenta riflessione sui temi della giustizia, con un approccio aperto, sensibile alle esigenze del servizio e non indifferente ai mutamenti e alle sfide della politica. E vi sono particolarmente vicino in questo momento di intenso e vivace dibattito interno sugli sbocchi futuri del vostro movimento, utile a voi e utile a tutti coloro che sanno quanto la giurisdizione sia tema complesso, bisognoso di confronti approfonditi, fatti di distinzioni frequenti e non di formule semplificative e superficiali. 

Credo, in particolare, che sia giusto riconoscere a Magistratura Democratica l’aspirazione a cogliere con consapevolezza il senso positivo e la ricchezza dell’associarsi -e, quindi, distinguersi- per idee, senza perdere la percezione del doppio pericolo che si nasconde dietro un approccio eccessivamente chiuso in una militanza a oltranza: da un lato il rischio di scivolare nel massimalismo corporativo di chi è interamente ripiegato su se stesso senza cogliere le ragioni dell’altro e d’altro lato il rischio clientelare o degenerativo che una distorta logica correntizia o d’apparato può recare, come ci hanno insegnato anche recenti vicende che hanno coinvolto il CSM sul finire della precedente consiliatura. 

Aggregazione per aree culturali omogenee come strumento di rispettiva autocritica, insomma, non di autoassoluzione a priori. 

Questa è, quindi, una sede utile per un confronto limpido e consapevole, senza chiusure corporative e senza timidezze.

Da molti anni a questa parte il tema della giustizia è al centro del dibattito politico e costituisce un tema “caldo”, nonostante non siano mancati interventi “riformatori” o comunque interventi di modifica del quadro normativo, non solo sul fronte ordinamentale.

Le ragioni di tale permanente attualità sono molteplici. 

Se è vero che non si possono affrontare i problemi della giustizia cercando soluzioni ad un singolo problema, sarebbe, però, un imperdonabile errore trascurare che la giustizia come servizio ai cittadini ha molti seri problemi: è lenta oltre ogni accettabile limite e non sempre rende risposte prevedibili. Non servono semplificazioni o parole magiche, ma riforme suscettibili di trovare quell’ampio consenso necessario per il cammino di qualsiasi intervento normativo efficace e soprattutto -come ha ricordato il Presidente della Repubblica- riforme organiche e di ampio respiro, non condizionate dalle contingenze. E’ di questi giorni la notizia, peraltro ancora allo stato gassoso, della proposta di una riforma costituzionale su alcune problematiche di politica giudiziaria più delicate e controverse, fra le quali spiccano i temi della c.d. separazione delle carriere fra giudici e pubblici ministeri e della creazione di due distinti C.S.M.. E’ innanzitutto inevitabile constatare che non si coglie ancora -né sembra prossimo- il clima politico per riflessioni serene ed equilibrate su snodi istituzionali di tale delicatezza e centralità dell’attuale impianto costituzionale. 

La nostra Costituzione è stato frutto di un progetto largamente meditato e condiviso. Ovviamente ogni soluzione può essere posta in discussione e modificata -è proprio della politica questo compito-, ma per sostituire un progetto meditato e condiviso occorre un altro progetto, non meno meditato e condiviso. Proprio recentemente ho ricordato che la nostra Costituzione ha collocato il PM nell’ordine giudiziario, rendendolo compartecipe della funzione giurisdizionale, come ricordato in particolare dall’art. 102, comma 1, Cost..

Nel nostro ordinamento costituzionale e, direi, nella nostra antica cultura giuridica, il PM è posto all’interno della magistratura e partecipa dell’autonomia e dell’indipendenza da ogni altro potere dello Stato dell’ordine cui appartiene. 

Esso è coerentemente sottoposto al controllo ed al governo del CSM, al pari dei giudici. 

Anche attraverso l’unicità del CSM, il PM è ricondotto, dunque, ad un ruolo di garante del rispetto della legge e della legalità e condivide con la magistratura giudicante la cultura della giurisdizione, la professionalità, la formazione, la deontologia. Ovviamente ciò comporta che il PM sia consapevole di questa funzione di garante della legalità tanto nella fase delle indagini e nel rapporto con la P.G., quanto nell’esercizio dell’azione penale e si comporti conseguentemente, pena il portare acqua al mulino dei suoi detrattori.

La tenuta del PM sul terreno del rispetto della legge e delle garanzie dei diritti dei cittadini io non credo che sia innata e perpetua per il solo fatto che chi ricopre questo ruolo ha sostenuto un concorso selettivo, credo piuttosto che sia strettamente legata alla condivisione con la magistratura giudicante di questo patrimonio, che è la comune cultura della giurisdizione, che va continuamente coltivata. 

Al di fuori di questo circuito il PM cadrebbe facile preda di logiche del tutto autoreferenziali, o securitarie o di contingenze politiche altrimenti non evitabili, quanto meno nel lungo periodo, con la conseguenza che non potrebbe che porsi seriamente, presto o tardi, il problema del suo controllo.

E’ chiaro che nessun sistema è privo di limiti e di controindicazioni e neppure il nostro fa eccezione. Non intendo nascondere che in punto di tenuta del rispetto delle garanzie e della cultura della giurisdizione da parte del PM non mancano scricchiolii e cadute, sulle quali la magistratura deve in prevenzione riflettere e intervenire -ed in particolare MD può svolgere un ruolo importante- per evitare che intervenga la politica con soluzioni penalizzanti. 

Tuttavia credo che il sistema complessivamente tenga, sia vitale e meriti di essere difeso. In questo contesto, tuttavia, credo non è inutile ribadire con chiarezza il ruolo della giurisdizione. La giurisdizione fa capo ad un corpo di magistrati a cui la Costituzione affida consapevolmente la funzione più alta: quella di incarnare il volto stesso dello Stato di diritto, di rendere le formule della legge fonte di protezione effettiva dei beni e degli interessi e strumento di tutela dei più deboli. 

L’evidenza dei nostri giorni spiega quanto sia importante la conservazione di questo valore. Si tratta di una funzione essenziale e costante: in qualche modo la garanzia vera della coesione democratica. Non vi sono succedanei a questa funzione. 

La giustizia e amministrata dai giudici e ad essi ed alla loro funzione si deve rispetto, un rispetto talora troppo trascurato in ossequio ad un malinteso senso di libertà dai ruoli e dalle regole. Non si tratta, certo, di un rispetto acritico, ma non va dimenticato che è il processo, i1 suo esito, il momento nel quale la legge diventa regola del caso concreto: non e circostanza priva di significato. 

Insomma, il potere giudiziario è Spada e Bilancia, secondo una raffigurazione antica e carica di significati, anche per le sue potenziali contraddittorietà: ove la forza evocherebbe l'arbitrio, invece la bilancia segna il giusto. 

Difendere la funzione giurisdizionale e il ruolo della magistratura è essenziale per tutti: le polemiche non devono mai farci dimenticare la funzione di insostituibile protezione sociale che la magistratura svolge. Siamo talora inclini a pensare più agli errori e alle colpe, alle storture e alle lungaggini che ci sono! Ma non dobbiamo mai dimenticare che esistono condotte cariche di disvalore, condotte che offendono, che toccano in modo illegittimo gli interessi della vita quotidiana. 

Non è immaginabile una convivenza sociale senza giustizia, perché non vi potrebbe essere organizzazione sociale senza regole e senza lo strumento che le fa essere cogenti. 

La magistratura è garante di questa convivenza e di questa continuità. 

Il potere giurisdizionale è attribuito alla magistratura e la distingue da altre forme autoritative di manifestazione della potestà dello Stato, perché nella propria attività essa è retta da un principio di imparzialità e da un carattere di neutralità. 

A) L’imparzialità, innanzitutto. 

I veri nemici della magistratura sono soprattutto coloro che vogliono negare, nei fatti o, il che è lo stesso, nella percezione sociale, il carattere imparziale della sua azione. 

E’ nell'imparzialità, infatti, che sta, oltre che la giustificazione dei poteri della magistratura e delle sue prerogative, la radice della sua autorevolezza. 

E questa è minata non dalle critiche, tutte legittime se contenute nei limiti di civiltà, all'operato della magistratura e ai suoi atti, ma dalla incapacità di taluni atti di accreditarsi e di venire percepiti come esercizio pieno e neutrale di una funzione che non si lascia guidare altro che da una valutazione dei fatti e dalla responsabile applicazione della legge. 

B) Vorrei poi chiarire in che senso il potere giudiziario può e deve essere un "potere neutro" e vorrei farlo fuori da ogni polemica politica legata a circostanze contingenti ed esclusivamente ai fini di una corretta impostazione teorico-culturale del discorso. 

Oggi il potere giudiziario non può più essere "neutro" alla maniera che si auspicava nel quadro della classica divisione liberale dei poteri, quella di Montesquieu. In quel quadro, il giudice doveva essere semplice, fedele "portavoce della legge" (la "bouche de la loi"): di una legge a lui pre-data, che egli doveva limitarsi a "conoscere” nel suo contenuto e ad applicare meccanicamente ai fatti del caso giudiziario. 

Era un ideale non mai realizzabile per intero, ma non del tutto incongruo in ordinamenti che, effettuata la codificazione del diritto (sul continente europeo) e il consolidamento della Common Law (in Inghilterra e in America), restringevano al minimo l'incidenza della legislazione speciale nuova: cosicché il diritto poteva davvero apparire un sistema normativo precostituito, compatto e stabile, e chi lo applicava un operatore non chiamato a compiere scelte discrezionali di integrazione e di adattamento. Questa formula poteva in qualche modo reggere nel contesto di uno stato "minimo" o "astensionista", quale era lo stato liberale dell'Ottocento. E’ diventato francamente anacronistico in presenza dello stato "interventista" del nostro secolo, che sforna quotidianamente e a valanga norme su norme che si accavallano in confusione e spesso confliggono tra loro; di fronte a ciò l'interprete non può non compiere scelte a valenza politica. 

La "neutralità" sognata da Montesquieu - intesa come rigorosa astensione giudiziale da operazioni di sviluppo discrezionale del diritto - è divenuta impossibile. 

Lo è divenuta tanto più perché in tutti gli ordinamenti - salvo quello inglese - sono state adottate Costituzioni scritte ricchissime di formule normative generiche e elastiche, capaci d'esser riempite a volontà di contenuti particolari diversi. E spetta al Potere Giudiziario, in definitiva, scegliere quei contenuti e farne derivare ai vari livelli e con vari effetti le conseguenze. 

Queste osservazioni sul carattere intrinsecamente "politico" (in senso alto) del diritto giurisprudenziale sviluppato dalla attività giudiziaria valgono anche con riguardo alla attività della magistratura requirente. Non e seriamente sostenibile una interpretazione dell'art. 112 della Costituzione che, facendo perno sulla obbligatorietà della azione penale, voglia far credere che le operazioni dirette a far scattare la repressione penale non siano guidate da valutazioni discrezionali e selettive. Lo sono per necessità, non foss'altro che per la massa enorme delle notizie di reato che si accumulano sui tavoli delle procure, anche in rapporto con la massa enorme ed eccessiva delle normative presidiate da sanzione penale al cui rispetto si dovrebbe vegliare. E per ciò non fa scandalo ragionare, come voi fate, sui criteri di priorità dell’azione penale. Si può auspicare che lo stato contemporaneo restringa la sfera dei suoi interventi, specie il ricorso alla criminalizzazione panpenalistica. Si può auspicare che si riprenda a legiferare in modo preciso. Tuttavia, pensare che si possa nel corso del nostro tempo ritornare alle dimensioni dello stato liberale classico è pura utopia. 

Ma questa conclusione vuol dire abbandono totale dell'idea di un potere giudiziario "neutro", nel quadro dell'attuale Stato interventista e "sociale"? E in quale senso questa neutralità deve essere declinata? In tutto il mondo occidentale si continua giustamente a volere la magistratura composta da giudici inamovibili e indipendenti, quantunque si sia ormai dappertutto ben consapevoli del carattere intrinsecamente "politico" degli sviluppi che essi imprimono al diritto con la loro giurisprudenza. 

Sennonché, questa consapevolezza genera nei nostri ordinamenti alcuni problemi d’ardua soluzione. E’ un principio della democrazia che le norme giuridiche dovrebbero emanare da autorità rappresentative, cioè periodicamente soggette alla approvazione e alla riprovazione del voto popolare. 

L'efficacia "creativa" della giurisprudenza, sul piano del "diritto vivente", confligge con questo principio ed entra in manifesta tensione con esso, perché i giudici - si sa - non sono organi rappresentativi. 

La giustificazione dell'eccezione che qui si impone al principio democratico la si trova di solito nella presunzione che i giudici, sottratti all'impatto diretto delle competizioni elettorali politiche, siano meglio capaci di interpretare e far valere esigenze profonde di giustizia razionale, e operino comunque per una "razionalizzazione" complessiva del sistema normativo. Rimane in ogni caso il fatto che tra principio democratico e "politicità" della giurisprudenza v'e ineliminabile tensione. 

In alcuni ordinamenti questo problema viene risolto prevedendo l'elezione popolare dei magistrati, soluzione che non ritengo compatibile con la nostra tradizione; in altri si prevede la soggezione del P.M. al potere esecutivo, ma anche questa non mi sembra una strada percorribile. 

Nel nostro impianto costituzionale occorre piuttosto far riferimento ad un rigoroso sistema di "certificazione di qualità" che garantisca il più possibile la rispondenza dell'operatore al delicato modello del moderno magistrato. 

Scrivevano in un bel libro due pubblici ministeri ("II Giudice e i suoi limiti", Laterza 2003) che "è inutile e pericoloso cercare per i magistrati una diretta legittimazione democratica nel principio di sovranità popolare; la legittimazione dei giudici è piuttosto "mediata", nel senso che l'indipendenza del potere giudiziario attiene alle "forme e ai limiti" con cui - come recita il secondo comma dell'art. 1 della nostra Costituzione - il popolo esercita la propria sovranità. L'investitura dei magistrati è una irrimediabile eccezione e, per l'appunto, un limite, al principio rappresentativo che caratterizza i sistemi democratici. 

Questo limite si giustifica, fondamentalmente, per la particolare competenza tecnica richiesta ai giudici nella funzione di applicare la legge alla luce dei principi costituzionali. L'interpretazione e applicazione della legge è operazione tecnicamente complessa, che richiede una specifica professionalità e "respinge le grandiose semplificazioni della politica". Ovviamente, il richiamo alla mera professionalità tecnica, come motivo per derogare al principio della rappresentanza democratica, appare riduttivo. Per cui, è bene interpretare la necessaria professionalità del magistrato anche "come formazione e socializzazione" ispirata ai valori costituzionali." 

La legittimazione democratica dell'attività giudiziaria va dunque individuata in elementi diversi rispetto al sistema di nomina: nella qualificazione professionale, aggiornata e continua, nella responsabilizzazione del magistrato, nella esposizione al controllo dell'opinione pubblica, nell’attento rispetto delle regole del processo, nella effettiva imparzialità e indipendenza, nella rigorosa deontologia, nella sobrietà del comportamento. 

Ma se non ci si vuole limitare alle petizioni di principio occorre concretamente ed efficacemente declinare questa intuizione, per trovare nuove regole che, tenendo conto della profonda evoluzione della magistratura dalla Costituzione a oggi, possano rafforzarne la legittimazione democratica. 

In questo sforzo è impegnato il CSM e sono certo che MD ci sarà d’aiuto, nell’interesse non di una corporazione, ma del Paese. 

 

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