Inaugurazione anno giudiziario 2011

Inaugurazione anno giudiziario 2011

|

INTERVENTO DEL VICE PRESIDENTE DEL CSM ALL'INAUGURAZIONE DELL'ANNO GIUDIZIARIO PRESSO LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE 

ROMA 28 GENNAIO 2011 

 

 

 

Signor Presidente della Repubblica, 

Eminenza rev.ma,

Signor Presidente del Senato,

Signor Presidente della Camera,

Signor Ministro della Giustizia,

Signor Rappresentante della Corte Costituzionale,

Signori Ministri,

Signor Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio,

Signor Presidente della Corte di Cassazione,

Signor Procuratore Generale, 

Signor Avvocato generale,

Signor Presidente del Consiglio nazionale forense,

Signori Magistrati, 

Autorità, 

Signore e Signori

nell’accingermi a svolgere qualche considerazione al principio dell’anno giudiziario, non nascondo che le tentazioni sono state numerose e forti. Mi sono chiesto se fosse utile od opportuno - e non ho ritenuto che lo fosse - lasciarsi tentare dalla necessità di spendere qualche parola sull’attualità dirompente dei nostri giorni, che conosce il rinnovarsi della contrapposizione antica e non sopita tra giustizia e politica. Non cederò dunque ad una tentazione che pure troverebbe forte radicamento nell’esigenza di rinnovare le motivazioni della ragionevolezza e dell’equilibrio in una materia in cui il clamore e la polemica strumentale sostituiscono costantemente il silenzio che nutre la giustizia, come insegna San Bonaventura: “Ex silentio oritur iustitia”. 

Mi limiterò a ricordare – e non posso non farlo - che la legalità è garantita dalla giurisdizione, la quale fa capo ad un corpo di magistrati a cui la Costituzione affida consapevolmente la funzione più alta: quella di rendere le formule della legge fonte di protezione effettiva dei beni e degli interessi e determinare la regola del caso concreto. L’evidenza dei nostri giorni spiega quanto sia importante la conservazione di questo valore. 

La giustizia è amministrata dai giudici e ad essi ed alla loro funzione si deve rispetto, un rispetto talora troppo trascurato. Non si tratta, certo, di un rispetto acritico, ma non va dimenticato che è nel processo che si incarna lo Stato di diritto e si assegnano i torti e le ragioni. 

Come ha autorevolmente ricordato il Capo dello Stato: “Fuori da questo quadro ci sono solo le tentazioni di conflitti istituzionali e di strappi mediatici che non possono condurre, per nessuno, a conclusioni di verità…”.

E qui mi fermo, in ossequio all’alta sede nella quale ci troviamo: sede che merita quella forma di rispetto consistente nel lasciare fuori del Palazzo dei Giureconsulti lo strepitus fori. Ogni parte avrà il proprio tempo e non manca il modo per portare alla conoscenza di chi deve giudicare – tra gli umani – le proprie ragioni.

Ma, respinta la tentazione dell’attualità, una diversa tentazione si fa avanti: quella della “numerificazione” della giustizia. 

Questo approccio, di cui non è certamente sospetto l'intervento del Primo Presidente, consiste nel tentativo di abbracciare con uno sguardo onnicomprensivo ed enciclopedico il resto del pianeta della bilancia e della spada; e di leggere il fenomeno come aggregato di dati misurabili, scientificamente ricostruibili in termini quantitativi. 

Certo, la conoscenza del fenomeno complessivo segna utili elementi di valutazione e permette di ricostruire le tendenze che si palesano nel corso del tempo. Ma questo approccio, pur tanto utile in certe circostanze, rischia di far dimenticare che ognuno di quei numeri cela una vicenda umana, personale, economica, professionale che ha una sua propria individualità. Una sentenza non è mai solo un documento prodotto dall’apparato burocratico: è il volto dello Stato nella sua percepibile e fattuale concretezza, l’espressione della posizione di ciascuno nella società, che segna il limite del torto e della ragione e che indica la proporzione della convivenza. È, insomma, il senso ritrovato della comunità che si palesa in quella verità che la decisione del giudice oggettiva in una pronuncia ormai spoglia del relativismo dei punti di vista parziali, che pure ne costituiscono l’humus. Allo stesso modo, mi pare che vada allontanata la tentazione di guardare solo ai numerosi mali del quotidiano che pure affliggono il nostro vivere nelle aule dove la giustizia si amministra. 

Si tratterebbe, certamente, di una tentazione più forte delle altre, perché forte è il disagio e il senso di scoramento che si prova di fronte a molte realtà che versano in condizione di precarietà, carenti di quel sostegno materiale che uno Stato deve assicurare all’apparato che ne costituisce lo strumento elettivo di radicamento nella vita della comunità. Basti pensare alle gravi scoperture di organico e al divieto suicida, che tuttora permane, di impiegare in procura i nuovi magistrati. 

Ma fermarsi al censimento delle difficoltà, secondo un rito che tanti anni giudiziari hanno consolidato, non servirebbe che a ripetere il noto: nessuno può ignorare la situazione assai grave; occorre finalmente il fatto, che però tarda a venire. L’occasione di una inaugurazione è soprattutto progetto per l’immediato nostro futuro. Mi propongo, perciò, di inquadrare il servizio-giustizia in un'ottica diversa, che ponga al centro dell'attenzione elementi nuovi, che indaghino anche i risultati resi al cittadino-utente.

Da questo punto di vista non mancano nel nostro Paese, situazioni concrete nelle quali alcuni magistrati, alcuni uffici, alcune realtà hanno saputo darsi un obiettivo e l’hanno perseguito con coerenza e determinazione, raggiungendo miglioramenti obiettivi per il funzionamento del sistema. 

Mi riferisco, ad esempio, ad una Procura della Repubblica del nord Italia, che negli ultimi tre anni ha costantemente ridotto il carico di lavoro arretrato, dimostrando come un'efficiente dirigenza e metodi di lavoro condivisi possano riuscire a realizzare obiettivi di effettiva riduzione dei tempi processuali, pur mantenendo costante la qualità del servizio svolto.

Una sonnacchiosa Procura meridionale ha vissuto un soprassalto di operosità e di positivi risultati nell’azione di contrasto alla criminalità, con l’arrivo di un capo coraggioso e dinamico. Ciò vuol dire che le nomine dei dirigenti degli uffici giudiziari sono, ancora una volta, il banco di prova del nuovo CSM, chiamato ad applicare criteri attitudinali e di merito i più oggettivi possibili, sfuggendo alle ricorrenti tentazioni spartitorie e difendendo con la correttezza dei provvedimenti il proprio ruolo costituzionale da ogni rischio di interferenza di altre giurisdizioni.

Un buon capo può fare la differenza.

Presso un grande tribunale il deposito telematico degli atti di parte è attivo dal 7 dicembre 2006, hanno valore legale i depositi degli atti istruttori relativi a comparse e memorie e, nell’ambito di un protocollo d’intesa con l'Associazione Bancaria Italiana, dal 1° dicembre 2009 è attivo il processo telematico per le esecuzioni immobiliari. L’informatizzazione è la frontiera su cui si gioca la sfida dell’efficienza del servizio, surrogando risorse tradizionali carenti con l’utilizzo delle nuove tecnologie. 

Un Presidente di Corte di appello, basandosi sulla normativa e sulle risorse esistenti, propone di creare in ambito distrettuale macro-aree in cui vigono particolari disposizioni che garantiscono “supplenze automatiche a rotazione” nel caso in cui uno dei tribunali interessati non possa far fronte al suo lavoro.

Ciascun ufficio conserverebbe la sua struttura di pianta organica, le sue risorse umane e materiali, la sua sede, ma i giudici verrebbero coassegnati ad una o due sedi geograficamente vicine, in modo da poter intervenire automaticamente e senza ritardi nelle frequenti ipotesi di bisogno.

È una risposta concreta e sostenibile alla obsoleta geografia giudiziaria e alla conseguente irrazionale distribuzione delle limitate risorse esistenti sul territorio. In attesa di una riforma che la politica si mostra timida ad affrontare, si utilizzano tutti gli spazi offerti dalla normazione secondaria per introdurre moduli organizzativi più efficienti.

Cosa vogliono dire queste esperienze?

Esse dimostrano come la giustizia, in Italia, si sostenga anche di queste realtà: realtà che pochi conoscono e valorizzano. Questi esempi nascono da persone che hanno considerato il tribunale la loro casa e la toga il loro abito; e che hanno inteso incarnarsi nella funzione che essi svolgono, ad un tempo, con il distacco che serve alla autorevolezza, ma con l’amore che rende la propria attività passione del quotidiano. 

Ciò non esclude l'esistenza nella categoria di comportamenti omissivi e scorretti sotto vari profili, che vanno riconosciuti e severamente censurati.

Ma l’interesse obiettivo della magistratura è di far crescere e valorizzare quelli che un tempo avremmo chiamato “exempla virtutis” e che oggi chiamiamo “best practices”: farli diventare ragione di stimolo e di confronto, modelli della propria azione quotidiana, ma anche valore praticato e ragione di orgoglio. L’attività della magistratura non sottende disegni sovversivi. È funzione giurisdizionale, per lo più silente e operosa: perciò merita la stima che anche quegli esempi positivi richiamati sollecitano, specie da chi egualmente è, per posizione, servitore dello Stato.

Il monito del libro della Sapienza “Diligite iustitiam qui iudicatis terram” che suona “amate la giustizia voi che siete giudici in terra”, Dante lo vede scritto nel cielo di Giove, quello della giustizia propria di chi ha governato con rettitudine.

Lo stesso amore per la giustizia deve accomunare giudici e governanti.

 

Categorie