Plenum con il Ministro della giustizia Nitto Palma

Plenum con il Ministro della giustizia Nitto Palma

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PLENUM CON IL MINISTRO DELLA GIUSTIZIA SEN. NITTO FRANCESCO PALMA DISCORSO DEL VICE PRESIDENTE DEL CSM ON. MICHELE VIETTI
ROMA, 3 OTTOBRE 2011

Porgo al Ministro della Giustizia Sen. Nitto Palma i saluti più cordiali e lo ringrazio, anche a nome di tutto il Consiglio Superiore della Magistratura, per avere accettato sollecitamente l’invito a questo incontro finalizzato, oltre che al tradizionale viatico di proficua collaborazione tra le nostre due istituzioni, ad una riflessione sulla grave situazione che caratterizza anche la giustizia nel nostro Paese, così come abbiamo indicato nell’ordine del giorno di questo plenum straordinario.

Nonostante la delicatezza e la complessità delle problematiche economiche e sociali che segnano ormai da tempo la realtà italiana, il tema della giustizia continua a far discutere non solo gli operatori del settore ma anche le altre istituzioni e la politica.

Questa legislatura si è aperta nel 2008 all’esito di una lunga e tormentata stagione di discussioni sullo status dei magistrati. Una stagione - mi piace ricordarlo, se il ministro me lo consente - in cui avemmo modo di interloquire e di collaborare, seppure in ruoli rispettivamente diversi. Una stagione che si era conclusa con una complessa riforma dell’ordinamento giudiziario, oggetto di interventi plurimi che avevano trovato un loro punto di arrivo su tutti i più importanti segmenti ordinamentali, dall’assetto degli uffici del pubblico ministero alle modalità di accesso alla magistratura, dalla materia disciplinare alle valutazioni di professionalità, dai criteri di scelta dei dirigenti degli uffici ai consigli giudiziari alla separazione delle funzioni requirenti da quelle giudicanti.

Esaurita quella fase con le sue inevitabili tensioni era naturale attendersi l’avvio di una fase nuova, capace di mettersi alle spalle un’idea di giustizia come terreno di scontro e di guardare avanti, ponendo al centro dell’attenzione i problemi del sistema giudiziario come servizio ai cittadini, nel tentativo di operare un recupero di efficienza principalmente sul terreno della durata dei processi civili e penali. 

Purtroppo ad oggi il bilancio lascia a desiderare. 

La pagina che si è aperta nel 2008 ha di fatto ripreso la trama del conflitto istituzionale, della contrapposizione fra politica e magistratura, della confusione dei ruoli, ben lontana dalla capacità di interrogarsi sulle disfunzioni del servizio giustizia, per lo più inseguendo prospettive ed interessi particolari, estranei alle esigenze del Paese.

Non si è, purtroppo, riusciti ad uscire dalla logica delle contrapposizioni e, invece di farsi carico delle lacune del sistema, ci si è spesso attestati sulle reciproche recriminazioni ed accuse di invasioni di campo, anziché unire gli sforzi per risalire le graduatorie mondiali di competitività tra gli ordinamenti - che ci vedono tragicamente in posizioni non brillanti – e limitare le censure europee alle nostre disfunzioni.

In questa direzione vi sono state una serie di iniziative legislative per lo più – come ha rilevato lo stesso Presidente della Repubblica - incompiute, settoriali e di corto respiro, proposte di volta in volta per tentare di risolvere problemi difficilmente riconducibili agli interessi generali ed alla coerenza del sistema.

Interventi con le “gambe corte”, taluni dei quali vediamo con preoccupazione ancora all’ordine del giorno del Parlamento, come il c.d. processo “lungo e/o breve”.

Ma figlie della stessa logica sono apparse anche molte delle proposte di riforma del processo penale, mirate per lo più a complicare piuttosto che a semplificare il processo.

Le plurime stesure del disegno di legge sulle intercettazioni telefoniche scontano certamente la complessità della materia, ma anche le difficoltà di trovare un punto di equilibrio tra le diverse esigenze da tutelare: mantenere questo strumento insostituibile di indagine, senza il quale la concreta incisività del controllo di legalità risulterebbe pregiudicata; garantire la libertà di stampa e il diritto di informazione dei cittadini; rispettare la riservatezza, soprattutto nei confronti dei terzi non coinvolti, per fatti che non hanno rilevanza penale. Toccherà ovviamente al Parlamento trovare la formula più opportuna di contemperamento di queste diverse esigenze nell’interesse generale.

Anche l’ipotesi di una riforma costituzionale “epocale”, orientata a riformare la magistratura piuttosto che ad incidere concretamente sul funzionamento della macchina giudiziaria, ha visto il Consiglio Superiore protagonista di un dialogo non pregiudizialmente ostile, ma preoccupato delle ricadute sull'autonomia e sull'indipendenza dell'ordine giudiziario, nonché sull'efficienza del sistema. 

L'esito di questo percorso, che ho brevemente richiamato, rischia di essere non la modernizzazione del nostro sistema giudiziario ma la reciproca delegittimazione delle istituzioni agli occhi dei cittadini, già scossi da una crisi di fiducia generalizzata nei confronti dello Stato in tutte le sue articolazioni. Su tutte queste ipotesi legislative il Consiglio ha puntualmente espresso le proprie valutazioni.

A Lei, Signor Ministro, che raccoglie oggi il pesante testimone di una sfida che sembra impossibile vincere, chiediamo convintamente di aprire una nuova stagione. 

Occorre restituire alla giustizia il ruolo di servizio efficiente per i cittadini e per le imprese, con la consapevolezza che la giustizia può trasformarsi da un pesante costo per il Paese in un volano per un’economia competitiva, se solo si ha il coraggio di porre mano ad alcuni interventi non più dilazionabili. La semplificazione dei riti e l’intervento sulla mediazione, pur se varati con uno spirito costruttivo, non appaiono risolutivi. Lo stesso intervento sulla digitalizzazione delle notifiche sembra ancora lontano dal produrre effetti concreti per l'inadeguatezza delle infrastrutture.

E' il momento, credo si possa dire, di una valutazione realistica delle poche cose concretamente realizzabili nel delicatissimo momento politico ed economico nel quale ci troviamo e nello scampolo di legislatura residua. 

Obiettivi concreti e limitati, dunque.

Ma non deve essere, invece, limitata la prospettiva ed il respiro che gli interventi da realizzare devono avere. Bisogna, cioè, collocarli in un contesto, come non cessa di ricordarci il Capo dello Stato, di condivisione che aspiri a sopravvivere ai cambiamenti di maggioranze e di Governo, perché questa è l’unica prospettiva vincente in un terreno ricco di implicazioni squisitamente istituzionali ed etiche come quello della giustizia. 

Abbiamo apprezzato che il Ministro, anziché demonizzare i pareri del Consiglio, li abbia valutati nella loro giusta prospettiva di leale collaborazione istituzionale. 

Egualmente abbiamo apprezzato il riconoscimento, da parte del Ministro, della competenza del Consiglio in materia di pratiche a tutela.

Intendo darle atto, Signor Ministro, di aver fatto un passo importante anche in una materia notoriamente ritenuta da questo Consiglio uno dei punti qualificanti di ogni intervento: la revisione della geografia giudiziaria. Quella geografia giudiziaria caratterizzata da circa 1500 uffici, distribuiti secondo criteri risalenti a due secoli fa. Il conferimento di una delega per la soppressione degli uffici di minime dimensioni, seppure lontana dal radicale intervento a suo tempo auspicato dal Consiglio Superiore, costituisce comunque un positivo punto di partenza, pur nella opinabilità di alcuni criteri fissati dal legislatore delegante. 

E’ indispensabile ora che la legislazione delegata sia coraggiosa e non si risolva nello sfilacciare le già limitate ambizioni riformatrici della delega. Il Consiglio intende operare perché questa occasione non vada persa e Le offre sin d’ora la sua leale collaborazione per il raggiungimento di un risultato capace di incidere positivamente sul tessuto organizzativo del settore.

Parimenti apprezzabile è stata la Sua iniziativa di dare effettività e rilancio al “calendario del processo civile”, rendendo solenne, per tutti i protagonisti del processo, l’impegno assunto nel predisporlo. 

Apprezziamo anche l'avvenuta costituzione del gruppo di lavoro sulla depenalizzazione – altro cardine di una seria riforma del diritto penale – e la Sua sensibilità manifestata in più occasioni, recentemente ancora al Senato, per il problema delle carceri, la cui drammatica situazione è stata denunciata a più riprese dal Capo dello Stato.

La scelta di escludere in via di principio i magistrati di prima nomina dalle procure della Repubblica e dagli uffici monocratici penali si è rivelata nociva e, a ben vedere, anche anacronistica. Essa rischia di scardinare la giustizia in zone molto esposte alla criminalità organizzata ed è suscettibile di produrre il paradossale effetto di aprire ai neo-magistrati le sedi e le funzioni più ambite. Se ciò non è del tutto ancora accaduto è solo perché di fronte all’obiettiva impossibilità di funzionamento di molti uffici requirenti, in particolare del sud, il Suo predecessore ha opportunamente derogato a questo divieto per ben due concorsi. 

Tuttavia non è possibile procedere di deroga in deroga all'infinito: occorre stabilizzare la soluzione, come sembra avviato a fare il Parlamento che alla Camera ha licenziato all'unanimità un disegno di legge il quale, mi sia consentito questo piccolo vezzo, porta ancora il mio nome. Va superata definitivamente una preoccupazione che peraltro non si coniuga con l’attuale strutturazione ordinamentale del pubblico ministero, con il nuovo meccanismo di accesso alla magistratura che ha spostato l’età media di assunzione delle prime funzioni giudiziarie a ben oltre i trent’anni e che, in ogni caso, rende non governabile la situazione degli uffici meridionali. Il meccanismo delle sedi disagiate, per quanto utile, non può certo risolvere il problema. Peraltro questa problematica si interseca con quella dell'assegnazione delle sedi e delle funzioni ai magistrati in tirocinio, che proprio in ragione di quel divieto si dovrebbe sviluppare attraverso successive assegnazioni d’ufficio, con un sistema così contorto da risultare concretamente inapplicabile e potenzialmente non funzionale. La soluzione legislativa in itinere cui ho fatto cenno risolverebbe in radice anche questa questione. Diversamente, nella non auspicata ipotesi che questo non avvenga, il Consiglio cercherà di fare quanto è nelle sue concrete possibilità per rendere questo snodo il meno irrazionale possibile. 

La situazione delle scoperture di organico degli uffici giudiziari ha raggiunto, come Lei ben sa, limiti veramente preoccupanti, che vanno, purtroppo, progressivamente aumentando. Attualmente negli uffici mancano circa 1300 magistrati. Ma in realtà l’organico complessivo è assai più scoperto, in quanto con la legge n. 181 del 2008 è stato portato a 10.151 unità, che non figurano ancora fra le scoperture degli uffici solo perché non sono mai state del tutto adeguate le piante organiche.

E’ indispensabile procedere subito, come il Consiglio ha già sollecitato sinora purtroppo invano, ad una programmazione dei nuovi concorsi, contestualmente alla distribuzione degli organici previsti negli uffici giudiziari ed all’attuazione della delega per la soppressione dei piccoli uffici, anche anticipando – mi permetto di suggerire almeno per alcuni decreti – il termine finale di scadenza della delega prevista.

Sul piano degli interventi processuali è venuta l’ora di rivedere i meccanismi delle impugnazioni, sia in civile sia in penale. E’ ormai acquisito che, mentre il nostro giudizio di primo grado ha una tempistica non troppo dissimile dal resto d’Europa, ciò che ci pone al di fuori di qualsiasi comparazione è la durata dell’insieme dei nostri tre gradi di giudizio, che si caratterizzano per un appello di circa quattro anni ed oltre ed un giudizio di cassazione di circa tre anni. 

L’attuale sovrabbondanza di mezzi di impugnazione va ripensata in relazione al principio della ragionevole durata del processo, al contesto europeo ed anche ai mezzi finanziari di cui dispone il Paese.

Infine il Consiglio intende farsi portatore della sofferenza degli uffici giudiziari rispetto all’effettivo funzionamento dell’informatica. Fatta eccezione per alcune fortunate realtà, molte sedi anche importanti segnalano una situazione di abbandono della quale ci aspettiamo, e siamo certi, che Lei, Signor Ministro, si farà carico nel più breve tempo possibile.

Il Consiglio non intende sottrarsi alle proprie responsabilità e farà la sua parte fino in fondo, come credo abbia fatto finora. 

 

Signor Ministro: anche la Sua estrazione facilita il parlare tra noi un linguaggio comune. E un linguaggio comune è la premessa indispensabile per comprendersi e per cercare quelle soluzioni condivise che il Presidente della Repubblica non cessa di invocare come le uniche in grado di resistere alla temperie che stiamo vivendo.

Auguri per il Suo lavoro che ha di mira lo stesso obiettivo del nostro: una giustizia più efficiente per tutti.

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