46° Congresso nazionale del Notariato

46° Congresso nazionale del Notariato

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Cari amici, perché tra amici mi sento, porto il saluto del CSM e mio personale al 46° Congresso nazionale del Notariato, a tutti i notai, ed al Presidente Giancarlo Laurini. A voi mi lega un rapporto che va oltre la simpatia e l'amicizia, e può dirsi ormai consolidato negli anni da una visione comune del mondo del diritto in cui tutti, notariato, magistratura ed avvocatura si trovano ad operare.

Una comune visione dei problemi e delle possibili soluzioni che si è affinata nel tempo e che oggi, nella mia nuova veste di Vice Presidente del Consiglio superiore della magistratura, può indurre ad una comune riflessione sul ruolo, per molti versi complementare, che notariato e magistratura svolgono nel sistema Paese.

Un ruolo fondamentale di presidio di legalità.

La legalità – è bene sempre ricordarlo – è garantita anzitutto dalla giurisdizione, che fa capo ad un corpo di magistrati a cui la Costituzione affida consapevolmente la funzione più alta: quella di incarnare il volto stesso dello Stato di diritto, di rendere le formule della legge fonte di protezione effettiva dei beni e degli interessi e strumento di tutela dei più deboli. 

La contingenza dei nostri giorni spiega quanto sia importante la conservazione di questo valore. 

La giustizia è amministrata dai giudici e ad essi ed alla loro funzione si deve rispetto, un rispetto talora troppo trascurato in ossequio ad un malinteso senso di libertà dai ruoli e dalle regole. Non si tratta, certo, di un rispetto acritico, ma non va dimenticato che è il processo, il suo esito, il momento nel quale la legge diventa regola del caso concreto e sanzione delle condotte cariche di disvalore sociale che purtroppo ci sono e non vanno sottovalutate ma contrastate. 

Sono stato recentemente costretto a ricordare che il nostro sistema processuale, pur con tutti i suoi difetti, ha una sua coerenza che non può essere negata o sezionata sull'onda dell'emotività: obbligo di motivazione, non definitività della sentenza sino al terzo grado, modificabilità della decisione in ogni grado successivo secondo il libero convincimento del giudice sono i capisaldi di un meccanismo che, forse, è troppo lussuoso perché ce lo possiamo ancora permettere, ma che non dobbiamo smantellare inseguendo fatti di cronaca, con fantasiose interpolazioni “all'americana” del tutto asistematiche.

Tocca alla magistratura distribuire i torti e le ragioni, lo deve fare responsabilmente e professionalmente affrontando anche il giudizio critico, ma a patto che la critica non debordi nella delegittimazione, perché ciò significherebbe mettere in dubbio la funzione stessa del presidio di legalità e, alla lunga, porterebbe con sé la delegittimazione agli occhi dei cittadini di ogni altro potere dello Stato.

La magistratura è ben consapevole che in questo ruolo può contare su una categoria professionale che, per la sua natura ancipite, ha nel DNA la funzione di garante della legalità.

Questa comunanza di finalità e, oserei dire, di vocazione ci deve indurre ad una operosa sintonia e sinergia.

È finita l'epoca in cui ciascuna categoria di operatori del diritto poteva immaginare di essere autoreferenziale, corporativa, gelosa della propria autonomia, tendenzialmente autosufficiente.

Il nostro sistema giuridico versa in una crisi profonda e per recuperare efficienza, ha bisogno che tutti gli operatori, sia quelli che si occupano della gestione del processo, sia coloro che anche al di fuori del processo contribuiscono a regolare i rapporti giuridici tra i cittadini, facciano fronte comune per risollevare le sorti complessive della giustizia.

Nessuno può più immaginare di salvare sé stesso scaricando le responsabilità sugli altri; questa sarebbe una prospettiva miope,  che sulla distanza non paga.

La cronica carenza delle risorse, i tagli, la crisi economica da un lato è dall'altro una domanda di giustizia sempre più impegnativa quantitativamente e qualitativamente richiama tutte le categorie degli operatori a coraggiose comuni assunzioni di responsabilità. Nessuno si salverà da solo e il rischio è che non si salvi il Paese perché se il sistema delle regole non funziona si indebolisce la tenuta complessiva di tutte le istituzioni dello Stato.

È oggi un dato acclarato, o dovrebbe esserlo, che tra  sviluppo economico e diritto esistono plurime e profondissime correlazioni. 

Le regole giuridiche non costituiscono fattori estrinseci e accidentali al processo di creazione di ricchezza, ma sono sempre più condizioni minime indispensabili per la nascita di un mercato e per la sua espansione. Il calcolo economico non si basa più solo sul dato tecnologico o su quello relativo al mercato: le regole, e il loro funzionamento effettivo, costituiscono per un imprenditore fattori di produzione altrettanto importanti, al pari della legalità.

Oggi, con il venir meno delle barriere fisiche dovuto alla sempre maggiore “virtualizzazione” dell’economia, si realizza una vera e propria scelta dell’ordinamento più adeguato per avviare un progetto imprenditoriale, che spesso può essere indifferente al dato geografico, ma non lo è all’assetto delle regole. 

Oggi i palazzi di giustizia non sono templi inaccessibili in cui si celebrano riti esoterici, ma crocevia dello sviluppo economico delle nazioni in cui si gioca anche la partita dello sviluppo. Se la risposta di giustizia che là si fornisce non è celere e prevedibile, non i magistrati, gli avvocati, i notai vengono penalizzati, ma è l'intero Paese che perde competitività.

L'esperienza del cosidetto “forum shopping” non è soltanto il frutto di una prva volontà di aggirare le leggi, ma rientra nella ricerca delle migliori condizioni “ambientali” per un'iniziativa industriale: coem si scelglie il macchinario più efficiente o il sito indistriale più servito dalle infrastruture, si sceglie anche l'ordinamento giuridico sotto cui – a parità di alter condizioni – è più convenienete collocare l'iniziativa economica. 

Lo sviluppo economico e il diritto hanno dunque una propria sutura a doppio filo: non si crea sviluppo economico se non con un appropriato sistema di regole e non si può crescere economicamente se le regole praticate in un certo ordinamento non sono semplici, chiare, prevedibili ed effettive.

Ed i numeri della giustizia italiana sono come è noto impietosi in generale, ma divengono ancora più allarmanti se riferiti al diritto dell’economia. 

Basti pensare, ad esempio, che un’azienda nel nostro Paese è costretta ad aspettare 1.250 giorni per la conclusione di una causa sul recupero di un credito, quattro volte in più che in Francia. Secondo uno studio di Confartigianato i ritardi nei processi civili costano alle imprese 2,3 miliardi di euro (stima portata di recente a 2,6 miliardi dalla Cgia di Mestre), una “tassa occulta” di circa 371 euro per azienda (Francesco Nariello, Il Sole 24 Ore, 23 maggio 2011). 

Sebbene il mito dei “giudici fannulloni” sia ormai stato abbondantemente sfatato dai dati sulla produttività dei magistrati italiani, che è tra le migliori d'Europa, resta il fatto che sul rapporto durata/costi della giustizia commerciale il nostro paese esce a pezzi dal confronto con altri paesi: da noi una controversia ha «un costo pari al 30% del suo valore contro i 394 [giorni] e il 14% in Germania e i 331 e il 17% in Francia» (Luca Paolazzi, Il Sole 24 Ore, 23 giugno 2011). 

Sono dati che raffigurano la zavorra che appesantisce non solo il sistema giudiziario ma tutto il sistema-paese e lo privano del principale lubrificante che serve a far girare bene il motore dell’economia: la fiducia.

Credo che di tutto ciò oggi si debba maturare una comune consapevolezza: voi l'avete, la magistratura va acquistandola, l'importante è unire le forze per reagire.

C'è bisogno di uno sforzo comune per rilanciare il Paese, anche attraverso un rilancio della giustizia.

Nel settore civile è assolutamente necessario pensare a meccanismi di filtro all'ingresso: constatato che le risorse umane e finanziarie non sono una variabile indipendente ed anzi in questo periodo storico subiscono costanti decurtazioni, acclarato che il tasso di produttività dei magistrati non può essere elevato al di sopra del sostenibile, diviene indispensabile pensare a meccanismi alternativi di risoluzione delle controversie rispetto al ricorso al giudice.

In questo la recente riforma sulla mediazione obbligatoria, seppur certamente perfettibile, è un primo passo nella giusta direzione.

E' altrettanto necessario rivedere la geografia giudiziaria, che attualmente vede la proliferazione di un altissimo numero di tribunali che per la loro dimensione sono inefficienti, e creano una dispersione delle limitate risorse.

Occorre nondimeno agire anche all'interno del processo, comprendendo che il rito di cognizione ordinario è troppo rigido e mal si adatta alla complessità crescente del contenzioso. 

Va del resto introdotta anche una maggiore elasticità delle regole del processo, di modo che a controversie di minore importanza sia riservato un canale più semplificato, mentre un percorso normativamente più dettagliato sia riservato solo a quelle di più rilevante entità.

E' venuta l’ora di rivedere i meccanismi delle impugnazioni, sia in civile sia in penale. E’ ormai acquisito che, mentre il nostro giudizio di primo grado ha una tempistica non troppo dissimile dal resto d’Europa, ciò che ci pone al di fuori di qualsiasi comparazione è la durata dell’insieme dei nostri tre gradi di giudizio, che si caratterizzano per un appello di circa quattro anni ed oltre ed un giudizio di cassazione di circa tre anni. 

L’attuale sovrabbondanza di mezzi di impugnazione va ripensata in relazione al principio della ragionevole durata del processo, al contesto europeo ed anche ai mezzi finanziari di cui dispone il Paese.

Ma anche il diritto sostanziale necessita di un aggiornamento, perché non c'è dubbio che i 2969 articoli del codice civile del 1942 non corrispondono più alle esigenze dell'Italia che, quasi settant'anni dopo, sono totalmente altre rispetto a quelle del tempo in cui furono scritti.

Ho avuto qualche parte nella riforma del diritto societario, in cui il ruolo del notariato è stato esaltato ed io vi ringrazio perché se la riforma ha vinto nonostante i tanti scettici è anche perché la scommessa sui notai come professionisti per attuarla è stata vincente. Lo stesso ho fatto per il diritto fallimentare. Ma c'è molto altro da fare per modernizzare il nostro sistema ordinamentale, assolutamente vetusto (Laurini).

Occorre riformare un apparato successorio che, risalendo a 60 anni fa, non ha più rapporto con gli assetti socio economici vigenti. Occorre aggiornare il diritto di famiglia, abbandonando ad esempio l'anacronistico divieto dei patti successori ed affrontando, pur con tutte le cautele, anche aspetti quali i patti prematrimoniali  e la successione necessaria.

Tutti parlano di riforme necessarie a rilanciare la crescita ma nessuno le fa ed ho il sospetto che nessuno sappia quali siano da fare.

Noi lo sappiamo e possiamo almeno fare un'opera di preparazione culturale e di informazione, di elaborazione tecnica e di proposta.

Insieme.

Nei suoi terreni di elezione, il notaio di oggi può dirsi, diversamente dal contesto in cui opera, assolutamente al passo con i tempi.

Per questo il notariato può dare un prezioso contributo alla necessaria riforma delle regole: la sua preparazione tecnica (frutto di una rigorosa selezione all'accesso, di una qualificata formazione e di un costante aggiornamento), la sua competenza (attestata dal bassissimo tasso di errori riscontrati), la sua contiguità alla gente, la dotazione infrastrutturale di cui dispone (si pensi all'atto pubblico informatico) sono garanzia di un'interlocuzione seria e qualificata.

Una professione, la vostra, che saggiamente governata dal proprio ordine, rappresenta la più evidente testimonianza di come sia possibile coniugare libertà di iniziativa e regole e di quanto siano miopi i ricorrenti, e purtroppo non ancora sopiti, tentativi di operare drastiche quanto pericolose rivoluzioni nel settore.

Sarebbe sufficiente verificare i danni provocati dalle frodi ipotecarie negli USA o in Canada, dove il "furto della casa", con iscrizioni di ipoteche a carico di ignari cittadini, che la casa l’hanno persa, è stato stimato in 1,5 miliardi di dollari canadesi all’anno.

Il mondo anglosassone, dopo le vicende dell'11 settembre e la crisi finanziaria fa sempre più ricorso al modello della legge ed  al modello dei contratti.

E' un fatto che il nostro modello notarile è attualmente adottato in 71 Paesi del mondo ed è stato scelto da uno dei colossi dell'economia internazionale: la Cina.

Sono dati che dovrebbero forse ricordare tutti coloro che, periodicamente, propongono pericolose scorciatoie legislative che, in nome di una presunta libertà, vorrebbero introdurre nell'ordinamento una selvaggia deregolamentazione che certamente farebbe arretrare non poco il nostro Paese dai livelli  di legalità ed efficienza che occorre non solo mantenere, ma anzi implementare per uscire dall'attuale crisi.

Agli operatori del diritto fa carico, soprattutto in questo Paese, una grande responsabilità. 

Conservare il valore delle regole modernizzandone il contenuto per renderlo efficace nella società che cambia, consapevoli, come ha ricordato Benedetto XVI a Berlino (citando una massima di S. Agostino), che: “Togli il diritto – e allora che cosa distingue lo Stato da una grossa banda di briganti?”.

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