Inaugurazione dell'anno giudiziario 2012 in Cassazione

Inaugurazione dell'anno giudiziario 2012 in Cassazione

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Signor Presidente della Repubblica,
Eminenza rev.ma,
Signor Presidente del Senato,
Signor Presidente della Camera,
Signor Ministro della Giustizia,
Signor Rappresentante della Corte Costituzionale,
Signori Ministri,
Signor Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio,
Signor Presidente della Corte di Cassazione,
Signor Procuratore Generale, Signor Avvocato generale,
Signor Presidente del Consiglio nazionale forense,
Signori Magistrati,
Autorità,
Signore e Signori

L'inaugurazione dell'anno giudiziario corrisponde ad un rituale attraverso il quale le formule della giustizia divengono reali e normative per tutti gli operatori del settore.

E' importante perciò abbandonare il modulo del cahier de doléance ed adottare una versione propositiva e prospettica.

L'anno che oggi inauguriamo nasce per la giustizia sotto lo stesso segno che contraddistingue l'anno da poco iniziato per il nostro Paese.

L'imperativo è uscire dalla crisi con uno sforzo collettivo di rilancio.

Anche la ricetta non diverge da quella generale: rigore per la crescita.

Il rigore si declina nei sacrifici che anche gli operatori della giustizia saranno chiamati a sopportare.

Sacrifici non fine a se stessi ma volti a liberarci delle zavorre che ritardano quella risposta di giustizia tempestiva ed efficace a cui i cittadini hanno diritto e che connota un sistema-paese competitivo. 

Come ci ha autorevolmente ricordato il Capo dello Stato nell'incontro con i magistrati in tirocinio il 21 luglio scorso, “ i tempi e le pesantezze del funzionamento della giustizia sono parte della generale difficoltà del risanamento dei conti pubblici, dell'abbattimento dell'ormai insostenibile stock di debito pubblico e fanno ostacolo ad un'intensificazione dell'attività d'impresa e degli investimenti”.

Perciò non possiamo più permetterci:

1. una geografia giudiziaria risalente a due secoli fa che, in nome di una pretesa “giustizia di prossimità”, impedisce economie di scala e specializzazione dei magistrati; le risorse umane e materiali a disposizione sono limitate e lo saranno sempre di più: è quindi indispensabile razionalizzarne la distribuzione. Duemila uffici giudiziari ospitati in tremila edifici rappresentano un costo insostenibile; dalla potatura si prevede di recuperare oltre 700 magistrati, circa 5.000 unità di personale amministrativo e di risparmiare tra i 60 e gli 80 milioni di euro all'anno (Severino intervista corsera.it 30 12 2011). Al Ministro chiediamo di esercitare con determinazione e tempestività la delega ricevuta dal Parlamento, senza cedimenti alle inevitabili pressioni campanilistiche.

Ancora, non possiamo più permetterci: 

2. una visione esclusivamente “tribunale centrica” dell'art. 24 della Costituzione, nell'illusione che il ricorso al giudice sia l'unica soluzione per porre rimedio alle controversie. La pretesa di far passare dal processo il contenzioso più alto d'Europa produce l'ingolfamento del sistema e dilaziona o addirittura non consente la risposta di giustizia. Nel settore civile ciò significa percorrere con maggior coraggio forme di risoluzione alternativa delle controversie: mediazione, tentativo di conciliazione, arbitrato, anche interno a settori economici o sociali quale esemplarmente va strutturandosi nel sistema bancario e finanziario (ABF). Per ciò che inevitabilmente finisce poi di entrare nel processo, occorre ridurre la rigidità delle regole secondo una logica assiomatica: a maggiore complessità della causa deve corrispondere maggiore garanzia procedurale, a minore difficoltà maggiore elasticità delle forme processuali. Nel settore penale, dopo aver salutato con favore il recente sforzo del Governo di intervenire sull'intollerabile condizione carceraria, così come quello di eliminare il barocchismo del rito degli irreperibili, occorre procedere sulla strada della depenalizzazione. Essendo però avvertiti che depenalizzare significa innanzitutto smettere di penalizzare, nell'illusione, spesso coltivata dal legislatore, che l'introduzione di nuovi reati sia la risposta obbligata per far fronte ad ogni emergenza sociale. Un intervento che mirasse davvero a ridurre il carico per la magistratura penale dovrebbe poi agire su tre direttrici: l'allargamento dell'istituto dell'oblazione, l’introduzione dell'archiviazione per irrilevanza sociale del fatto e dell'effetto estintivo delle condotte riparatorie. Occorrerebbe poi semplificare e modernizzare il sistema delle notificazioni, in analogia con quanto fatto nel civile, e valutare l'utilità dell’introduzione del pubblico ministero unico di merito, in grado di occuparsi della conduzione dell’accusa sia in primo che in secondo grado, recuperando risorse significative e garantendo la migliore conoscenza delle ragioni dell’accusa; nella stessa ottica si potrebbe pensare ad un coraggioso aumento della monocraticità nel giudizio di primo grado, che buona prova di sé ha già dato nel rito abbreviato, e a praticare un assetto del processo di legittimità che possa consentire un impiego maggiormente selettivo dei magistrati della Procura generale nelle udienze civili. 

Ma soprattutto occorre che, sgombrato il campo dal superfluo, i reati che destano effettivo allarme sociale siano giudicati con sentenze di merito e non finiscano nell’oblio a causa di un meccanismo della prescrizione che premia l’imputato a scapito della pretesa punitiva dello Stato e delle ragioni delle parti offese.

Ancora, non possiamo più permetterci:

3. tre gradi di giudizio per ogni controversia, indipendentemente dalla sua natura. Il nostro sistema delle impugnazioni è difficilmente compatibile con il precetto costituzionale della ragionevole durata del processo e rappresenta un'anomalia tutta italiana nel panorama europeo. Come ha recentemente ricordato il Primo Presidente della Corte di cassazione si potrebbe pensare a trasformare il giudizio di appello in una revisio prioris instantiae, sulla base di motivi tassativi, così da restituire anche alla Cassazione il suo ruolo nomofilattico.

Ancora, non possiamo più permetterci:

4. un funzionamento della giustizia “a macchia di leopardo”: i dati sulle pendenze e sulle sopravvenienze disegnano un'Italia a due velocità per cui poco aiutano le regole processuali, per loro natura ad isonomia territoriale. Misure come la proporzione obbligata tra onorari e valore della prestazione sono utili a contrastare i fenomeni della anomala concentrazione di alcune tipologie di cause, in particolare di quelle seriali. Le buone pratiche debbono fare il resto, ricordando a tutti che - rebus sic stantibus et ceteris paribus - v'è chi fa funzionare la macchina e chi indulge in lamentazioni stereotipate sulle carenze di organico.

Ancora, non possiamo più permetterci:

5. una divaricazione tra principio di autonomia e principio di organizzazione. La recente modifica sul calendario del processo ha giustamente cercato di coniugare potestà di organizzazione dell’Ufficio e management del processo da parte del singolo giudice, senza confondere indipendenza del magistrato con deriva anarchica o con pigrizia, che sono fattori di resistenza verso la creazione di un’organizzazione (finalmente) a legame non debole (uso qui la classificazione resa famosa, tra i giuristi, dai teorici dell’organizzazione, come Stefano Zan, e gli aziendalisti). Occorre, in altre parole, che la magistratura prenda coscienza che per recuperare l'efficienza, il sistema va modificato in una duplice direzione. Da un lato va esaltata l'indipendenza del magistrato mentre esercita la sua funzione. Dall'altro anche la magistratura è parte di un'organizzazione complessa, le cui regole di efficientamento vanno irrigidite e rese cogenti. E’ infatti uno dei mali del funzionamento del servizio l’esuberante conservazione di prerogative individuali e personali del magistrato, in misura cioè non veramente necessaria alla essenziale indipendenza del suo giudizio, che rimane l’unico valore intangibile, ma che dev’essere sempre un valore oggettivo e adeguato.

Ancora, non possiamo più permetterci: 

6. incertezze sul modello del moderno magistrato. Come ha efficacemente sintetizzato il Capo dello Stato nello scambio degli auguri del 21 dicembre 2009: “nel ribadire l'intangibile principio di autonomia ed indipendenza della magistratura” non può dimenticarsi “come esso comporti, da parte del magistrato, senso del limite – senza considerarsi investito di missioni improprie – scrupolo di riservatezza, cautela nel valutare gli elementi indiziari e sempre imparzialità non meno che rigore: comportamenti, tutti, che possono solo giovare al prestigio della magistratura”. L'eccezione al principio democratico dell'investitura popolare trova infatti per la magistratura il suo fondamento in un rigoroso sistema di responsabilità, che bilancia commoda et incommoda e consente di inquadrare apparenti privilegi attinenti lo status del magistrato come garanzie funzionali al corretto espletamento di una delicatissima attività, a condizione che questo nesso funzionale sia rispettato e la qualità della prestazione assicurata. La fonte della legittimazione della magistratura trova origine nella sua professionalità e dunque in un rigoroso sistema di selezione e di costante "certificazione di qualità", che garantisca il più possibile la rispondenza dell'operatore al delicato modello del magistrato dei nostri giorni. Sotto questo profilo il C.S.M. – con l’autorevolezza che gli deriva dal ruolo di custode dei valori e dei precetti costituzionali del Presidente della Repubblica, che lo presiede - ha un decisivo ruolo istituzionale, che deve interpretare con forza e senza timidezze.

Ancora, non possiamo più permetterci:

7. di concepire la giustizia solo come potere contrapposto agli altri. Il Capo dello Stato ha parlato di atteggiamenti “che fanno apparire la politica e la giustizia come mondi ostili, guidati dal sospetto reciproco, mentre comune deve essere la responsabilità nel prestare un servizio efficiente ai cittadini”. Forse la stagione delle contrapposizioni preconcette è alle nostre spalle e questo ci consente di guardare con atteggiamento sgombro da animosità al compito insieme difficile ed esaltante di ammodernare il servizio giustizia nell'esclusivo interesse dei cittadini.

Noi operatori del diritto non siamo esenti da responsabilità in questo delicato frangente. Se è vero che la giustizia è un indice di competitività del sistema-Paese, renderla più efficiente vuol dire contribuire alla crescita dell'Italia, il ché ci rende a pieno titolo partecipi della grande sfida in cui sono impegnati le istituzioni nazionali ed i nostri concittadini. 

Lo dobbiamo fare con la consapevolezza che il servizio-giustizia non può ridursi a mera tecnicalità efficientista, ma deve mantenere forte il suo legame etico con ciò che è giusto, perché “dare a ciascuno il suo” presuppone attribuire torti e ragioni secondo regole non solo cogenti, ma comprensibili e condivisibili: condannare chi ha torto, dare ragione a chi ce l'ha. 

Dove torto e ragione rimandano inevitabilmente a vero e falso, cioè ad un quadro di valori convenzionalmente o naturalmente condiviso.

Come di recente ha ricordato Benedetto XVI a proposito del giudizio di Pilato su Gesù non si deve cercare nel diritto un alibi pacificatorio, ma la verità.

“La pace romana fu per Pilato più importante della giustizia. Credette – scrive il Papa – di adempiere in questo modo il vero senso del diritto, la sua funzione pacificatrice. Così forse calmò la sua coscienza. Per il mondo tutto sembrò andar bene. Gerusalemme rimase tranquilla. Il fatto, però, che la pace non può essere stabilita contro la verità doveva manifestarsi più tardi.”

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