Congresso di Magistratura Democratica "Quale giustizia al tempo della crisi. Come cambiano diritti, poteri e giurisdizione"

Congresso di Magistratura Democratica "Quale giustizia al tempo della crisi. Come cambiano diritti, poteri e giurisdizione"

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E’ con particolare piacere che ho accettato di intervenire a questo vostro importante congresso; lo faccio per la seconda volta da Vice Presidente del Consiglio Superiore; la prima fu quasi all’inizio del mio mandato e oggi siamo oltre la metà. E’ un’occasione che mi consente di esprimere un sincero ringraziamento a tutti voi, a ciascuno di voi – in particolare, saluto il Presidente Luigi Marini, Anna Canepa, che cito dopo Rodolfo Sabelli non tanto per questioni di genere ma perché padrona di casa, volendo però ricordare che con Sabelli e con Anna Canepa abbiamo avuto in questo periodo una frequentazione assidua e una grande condivisione di analisi e di soluzioni – e voglio ringraziarvi per l'amicizia che mi avete dimostrato durante questo mio mandato, per il sostegno convinto che ho ricevuto dai vostri rappresentanti in Consiglio - Vittorio Borraccetti, Francesco Vigorito e Franco Cassano - per la loro leale collaborazione e per il prezioso contributo di riflessione che spesso ho potuto trarre dalle vostre proposte in materia di politica giudiziaria. 

So che questa è una tappa importante del vostro cammino e, dunque, ben volentieri porto il mio contributo alle vostre riflessioni sul ruolo che Magistratura Democratica ha svolto sin qui e sulla strada che le si apre davanti.

Magistratura Democratica ha alle spalle una storia lunga e prestigiosa. Credo che a ragione possa rivendicare con orgoglio l’intelligente riflessione ed elaborazione culturale con cui ha arricchito la vita della magistratura. Se ripercorriamo oggi le tante innovazioni legislative, organizzative e culturali che hanno segnato la giustizia negli ultimi trent’anni, certamente non fatichiamo a constatare che molte di esse sono il frutto di semi che il vostro gruppo ha piantato nel terreno del dibattito politico-giudiziario italiano o che, comunque, ha saputo cogliere anche da altri ambienti, da altri interlocutori, con spirito aperto valorizzandoli in modo determinante. Si potrebbero fare molti esempi: una nuova visione del carcere e della pena che ne ha, poi, determinato il processo di riforma ancora incompiuto; il nuovo processo penale; il giudice unico di primo grado; l’organizzazione tabellare degli uffici giudiziari; l’intuizione, qui rivendicata oggi nuovamente, sul ruolo dell’Europa nell’innovazione del nostro ordinamento; il tema dell’interpretazione costituzionalmente orientata; l’immigrazione. Ma questo elenco potrebbe continuare. La caratura, tuttavia, di questi argomenti credo che sia sufficiente da sola a giustificare l’esistenza di un gruppo associativo.

Ma ancor prima credo sia giusto riconoscere a Magistratura Democratica la capacità di cogliere consapevolmente il senso democratico e la fertilità culturale dell’associarsi, evitando il duplice pericolo che si nasconde dietro un approccio che potrebbe essere, viceversa, ispirato ad una logica minoritaria: da un lato il pericolo di scivolare nel massimalismo corporativo di chi è interamente ripiegato su sé stesso; dall’altro, quello clientelare-degenerativo che una distorta visione correntizia o d’apparato porta con sé. 

E proprio in coerenza con questa aspirazione, voi avete scelto coraggiosamente di sperimentare anche iniziative nuove, orientate ad allargare l’orizzonte dei vostri interlocutori e dei vostri compagni di viaggio, con l’obiettivo di intercettare la domanda di apertura e di affrancamento da approcci eccessivamente ideologici o da logiche amico/nemico che venivano dalla società e dalla magistratura. E proprio nel Consiglio superiore avete scelto di dare concretezza a questa sperimentazione, raccogliendo una sfida difficile con la costituzione del gruppo consiliare di "Area".  

Una scelta di apertura, uno sviluppo coerente dell’aspirazione “laica” e non corporativa che ha sempre caratterizzato Magistratura Democratica e che vivifica il dibattito interno alla magistratura e la partecipazione ad un percorso di riforma del mondo giudiziario che vuole conservare alla magistratura ed alla sua classe dirigente un ruolo da protagonisti.

Vedete – lo dico al mio amico Valerio Onida, che è turbato per l’esistenza delle riunioni dei capigruppo al Consiglio superiore – io ringrazio il cielo che esistano i gruppi e le riunioni dei capigruppo. Ovviamente è uno strumento di carattere organizzativo a cui si ricorre per una migliore pianificazione dei lavori del Consiglio, cioè che viene impiegato quanto al metodo della nostra attività, non certamente al merito perché, ma questo forse è anche inutile dirlo, in plenum poi ciascun consigliere si assume la responsabilità delle proprie scelte e, per la verità, la storia dei nostri lavori dimostra quanto spesso proprio all’interno anche dei gruppi ci siano differenziazioni, scelte che manifestano sensibilità e valutazioni diverse. Pur tuttavia, io credo che non vada assolutamente demonizzata questa aggregazione di sensibilità e di visioni culturali: io so da dove vengono i miei consiglieri e non me ne vergogno, come credo non se ne debbano vergognare loro, perché vengono da una storia, da una professionalità, da un’esperienza, da un’ispirazione culturale che, in qualche modo, ne determina anche delle vicinanze per affinità. Ma tutto questo non mi scandalizza, non mi preoccupa, anzi lo considero una risorsa e sarei ben preoccupato se dovessi gestire l’organizzazione di un Consiglio in cui ci sono 26 individualità, nessuna delle quali riconducibile ad una qualche logica, che non è evidentemente ne' la logica della spartizione né quella delle degenerazioni che ho ricordato. E, dunque, io invidio molto Valerio Onida il quale, invece, non sa da dove vengono i componenti del suo comitato direttivo; e, dunque, non lo voglio turbare rivelandogli che anche loro hanno le stesse provenienze che hanno i consiglieri che fanno parte del Consiglio superiore; non lo vorrei traumatizzare con questa rivelazione, perché invidio molto questa sua visione da "Alice nel paese delle meraviglie", in cui i componenti del consiglio direttivo della Scuola Superiore della Magistratura vengono tutti da un altro pianeta. Noi no, ma non ce ne vergogniamo e cerchiamo di mettere a fattor comune queste differenze e queste affinità. E io credo che questa sia – e lo rivendico, per il ruolo di organizzatore, di gestore dei lavori del Consiglio – una ricchezza.

Torno al percorso che richiamavo a proposito del vostro sforzo anche di aggregazione oltre i tradizionali confini del recinto di Magistratura Democratica.

Certo viviamo una stagione difficile, in cui ogni passo porta con sé opportunità ma anche qualche rischio che non dobbiamo trascurare. La nostra società attraversa un momento di particolare esposizione alle suggestioni di un populismo qualunquista, orientato a sottovalutare frettolosamente il significato di una riflessione alta, di un approfondimento politico e, dunque, a trascurare la conseguente distinzione ed aggregazione per idee, unico motore capace di produrre dibattito ed arricchimento culturale ed ideale, propellente indispensabile per una crescita professionale e democratica e per l’elaborazione di miglioramenti e di riforme. Certo la magistratura fa parte della società, non è immune dalle suggestioni che attraversano anche in modo pericoloso la società e che in qualche modo sono comprensibili, conseguenze di errori della politica e della classe dirigente di questo Paese a cui anche la magistratura, nella misura in cui della classe dirigente fa parte, non è estranea, che hanno fatto cadere pericolosamente la credibilità e la fiducia nei confronti delle istituzioni e del tradizionale concetto di rappresentanza. 

Ma questo non vuol dire che non dobbiamo denunciarle come suggestioni pericolose, alle quali un gruppo dirigente capace e consapevole della responsabilità del proprio ruolo deve resistere e a cui bisogna rispondere con autorevolezza, con solidità, conservando una sorta di capacità, se mi consentite, di ricorrere ad un concetto forse datato e ideologicamente connotato, ma che conserva una sua efficacia mantenendo una capacità di egemonia.

Magistratura Democratica non deve rinunciare a raccogliere questa sfida, posta anche dal rischio delle suggestioni che ho richiamato e che implica entusiasmo, fiducia in sé stessa e nelle proprie capacità. Nell'intraprendere questo percorso non trascuri il proprio specifico ruolo di stimolo e di elaborazione; sia capace di rigenerarsi senza perdersi, contrapponendo la propria razionalità alle pulsioni di un generico "ribellismo" inconcludente. Da voi ci si attende lucidità di analisi e lungimiranza negli orizzonti. Sono capacità preziose che saranno indispensabili nella stagione delle riforme che ci auguriamo potrà finalmente iniziare, dopo tanti e dannosi anni di conflittualità. 

La strada che avete percorso fin qui vi ha portato lontano.

Lasciatemi dire, da moderato quale sono, che il furore giovanile si è man mano trasformato in una più pacata rivendicazione di valori e di ideali, sempre in un corretto contesto istituzionale.

Oggi può dirsi che MD è per le istituzioni del mondo della giustizia un punto di riferimento equilibrato ed affidabile. Questa è la mia testimonianza, frutto della mia quotidiana attività al Consiglio.

Non disperdete questo approdo.

La storia ci insegna che il costituzionalismo della metà del Novecento costituì l’alimento di straordinarie innovazioni giuridiche e ordinamentali ed aprì l’Età dei diritti, che caratterizzò la cultura giuridica degli anni ’60, disegnando prospettive inedite per le giurisdizioni chiamate a rendere quei diritti effettivi. Anni della progressiva costruzione ed attuazione dell’architettura costituzionale, in cui le migliori energie intellettuali si adoperarono per un grande rinnovamento culturale e morale, prima ancora che giuridico, mutando il rapporto fra Costituzione, legislazione ordinaria e giurisdizione. 

La Costituzione, proclamando i diritti fondamentali, aveva introdotto limiti, vincoli e indirizzi alla libertà del legislatore, delineando così un nuovo ruolo della giurisdizione. La magistratura e la giurisprudenza hanno fatto il resto, affermando quel valore dell’interpretazione costituzionalmente orientata.

Credo che qualcosa di simile ci interpelli anche oggi. Ai limiti e agli indirizzi a cui il legislatore è chiamato dalla Costituzione si affiancano quelli prodotti dall’integrazione europea, tema che ho sentito più volte richiamare da Franco Ippolito e su cui anche il vostro congresso è in via prioritaria chiamato a riflettere. Questo vuol dire non più limiti soltanto alla libertà della politica ma alla stessa sovranità dello Stato. Ne consegue una complessità sempre più crescente dei rapporti fra politica e giustizia, fra legislazione e giurisdizione e tra giurisdizioni e l’esigenza di una nuova ricerca di equilibri. 

Il giudice è chiamato a confrontarsi con una pluralità di fonti e di organi giurisdizionali: non più solo la Corte Costituzionale, ma anche la Corte europea dei diritti umani, il legislatore nazionale, quello europeo, quando non anche quello internazionale. Tutto questo esalta ancor di più la centralità della giurisdizione, ne espande oggettivamente il potere e la sua capacità di imprimere una direzione alla società globalizzata.  

La grande incisività di questo potere interpella con forza la consapevolezza ed il rispetto del ruolo costituzionale della giurisdizione e delle sue competenze, ne chiama in causa la professionalità, la capacità tecnica, la profonda, attrezzata ed aggiornata conoscenza dei diversi ordinamenti. 

In questo “nuovo mondo”, in cui – lo ricordava Franco Ippolito - la debolezza degli ordinamenti statuali e della politica apre spazio ai poteri economici e finanziari, la tutela dell'effettività dei diritti finisce con l’essere affidata in larga parte ai giudici nazionali e sovranazionali. A loro è affidata anche una prospettiva unificante, seppure a suo modo globalizzata, che rimbalza e si insegue da un tribunale ad una corte, da un Paese all’altro, in un dialogo virtuoso che contrappone alla limitatezza dei singoli ordinamenti la pienezza dei diritti e l’azione di chi è chiamato ad applicarli.

Questo compito della nuova giurisdizione chiama direttamente in causa una rafforzata dimensione dei doveri come orizzonte necessario dell’attività giudiziaria. Quando parlo di dimensione o di stagione dei doveri, non voglio far riferimento ad una generica morale, o tanto peggio al moralismo, ma all’"etica della responsabilità". Quell’etica che sollecita la vigile attenzione di tutti i magistrati sulle conseguenze del proprio agire e che chiama anche in causa la necessità di qualche forma di controllo pubblico sulla magistratura, a fronte del suo accresciuto potere, sino alla disapplicazione delle norme statali in forza della nuova dimensione sovranazionale della giurisdizione.

Ce lo ha ricordato il Presidente Lupo in occasione dell’inaugurazione dell’anno giudiziario: questa nuova etica della responsabilità è tanto più essenziale quanto più rilevanti sono le funzioni pubbliche esercitate e quanto più intenso e' il relativo potere. Un’etica che richiede doti personali e professionali elevate: “qualificazione e competenza tecnica, ricerca paziente e approfondimento serio di ogni questione , razionalità e ragionevolezza, costume di sobrietà e di rigore personale e professionale, scrupoloso rispetto delle competenze, tensione verso la ricerca della verità nella rigorosa osservanza delle regole, massima attenzione alle ragioni degli altri, a cominciare dai più deboli, che soltanto nella giustizia possono confidare”.

Sarà, dunque, inevitabile confrontarsi con le aspettative e le sensibilità collettive in tema di imparzialità, anche per quanto attiene alla partecipazione dei magistrati all’impegno politico, rispetto a comportamenti e scelte personali che, pur legittime sul piano formale, finiscono con l'appannare l'immagine di terzietà e di imparzialità della giurisdizione.

Qui sul tema mi taccio perché non voglio contribuire a connotare il vostro congresso in modo monotematico, come rischia di apparire la lettura dei giornali e come i giornalisti stessi che mi hanno atteso all’ingresso sembrano fare. Credo che il vostro congresso si occupi e si debba occupare di cose serie e, quindi, non traduco questa affermazione di carattere generale con riferimenti di natura personale.

Mi limito a ricordare che il Presidente della Repubblica ci ha detto che la giustizia è una di quelle “tematiche cruciali……sulle quali saranno necessari nel nuovo Parlamento sforzi convergenti, contributi responsabili alla ricerca di intese, come in tutti i paesi democratici quando si tratti di ridefinire regole e assetti istituzionali”. 

Come ho avuto modo di dire nella mia relazione in Cassazione, la stagione che si apre vedrà, ce lo auguriamo tutti, credo, un rinnovamento della politica italiana, quantomeno della sua rappresentanza parlamentare. Questo ci induce a qualche ragione di speranza. La centralità dello scontro tra politica e giustizia, almeno dal punto di vista mediatico, negli ultimi tempi è apparsa meno pronunciata, nonostante qualche censurabile recrudescenza. 

Antiche giaculatorie di persecuzioni giudiziarie mi pare abbiano imboccato il discendente declivio della noia; mi pare che siano finalmente acquisiti il fatto che la giustizia è fattore di produzione, è infrastruttura essenziale per il rating economico e morale di una nazione rispetto al resto del mondo. E questo consente di valorizzare, della giurisdizione, aspetti e profili che il clamore degli scontri aveva fatalmente occultato: l’efficienza dell’organizzazione; la valutazione del suo impatto sul mercato e sulle regole; l’esigenza di favorirne la prevedibilità, la concreta coercibilità delle sue decisioni; il fatto che il fattore tempo nel processo è indissolubilmente connesso con quello della effettività della tutela dei diritti e che non esiste tutela se non esiste efficacia, efficienza, tempestività, prevedibilità nella risposta alla domanda di giustizia.

E allora credo che questo ci legittimi a chiedere alla classe politica che sarà espressa dal voto popolare un impegno straordinario a favore di questa giustizia che è così rilevante per l’efficienza del sistema paese nel suo complesso. 

Non vogliamo – lo abbiamo detto in più occasioni - “riforme epocali”, espressione dietro cui spesso si sono nascoste cortine fumogene che dissimulavano mancanza di idee e qualche aspirazione di rivalsa. Non immaginiamo improbabili panacee. Vogliamo due cose essenziali: dialogo e competenza. 

Il dialogo, lo ha ricordato Spigarelli, vuol dire il concorso di tutti i protagonisti del mondo della giustizia, di tutti quelli che si chiamerebbero, in modo più ricercato, gli stakeholders che ne popolano il contesto. Senza tutti costoro, qualunque operazione riformatrice sarebbe fatalmente miope. E questo vale per tutti i contesti ma soprattutto per la giustizia, dove l’interesse particolare dei singoli non può non essere coniugato con quello superiore della collettività. 

Ma, per rendere possibile il dialogo, è necessario che gli interlocutori possiedano la competenza. Il passaggio dalla stagione dei tecnici al ritorno della politica, che anch’io come Spigarelli auspico, deve però mantenere rispetto al mondo giudiziario quella cognizione di causa che, sola, può attribuire autorevolezza e credibilità, che sono indispensabili per por mano alle riforme. 

Se questo è il metodo, quanto al merito mi limito a suggerire alla politica, nel pieno rispetto della sua autonomia, alcune tematiche che mi sembrano imprescindibili. Anzitutto la riforma della pena e delle misure alternative alla detenzione, che riduca l'inumano sovraffollamento carcerario, tante volte lamentato dal Capo dello Stato e recentemente censurato dalla Corte europea dei diritti dell'uomo, ma anche per restituire alla sanzione un significato ed un ruolo più moderno e più funzionale rispetto alla ricucitura della lesione sociale prodotta. Un intervento, poi – so che lo ha richiamato anche il ministro - ragionato e coerente sulla disciplina della prescrizione, che oggi inevitabilmente, oggettivamente, diventa strumento di fuga dal processo e di dilatazione della sua durata. La riforma dei riti processuali civili e penali, in modo da farne non più rigidi percorsi ad ostacoli ma flessibili strumenti di accertamento dei diritti. Una inevitabile, a mio parere, riforma delle impugnazioni, che nel segmento civile limiti con rigore l’ambito del giudizio di appello - che non può più essere interamente devolutivo ma deve diventare, se non quello del filtro, almeno un appello cassatorio - e che nel penale ripensi il secondo grado almeno quando il primo si sia svolto con il rito ordinario. Una rivisitazione del giudizio di cassazione che restituisca alla Corte il ruolo di nomofilachia e di controllo della legittimità delle decisioni che caratterizza le principali Corti Supreme di tutto il mondo e, ahimé, non la nostra, gravata da 80 mila ricorsi l’anno, un numero che è assolutamente patologico. La riforma degli istituti societari che ancora consentono la provvista per la corruttela. Un intervento razionale di riforma delle intercettazioni, che tuteli le istituzioni – come ci ha insegnato recentemente la Corte costituzionale - e insieme lo strumento investigativo, i terzi estranei e la libertà di informazione. La riforma delle giurisdizioni – so di avventurarmi su un terreno rischioso - che, muovendo dal mutamento della natura del giudizio soprattutto amministrativo da giudizio sull’atto a giudizio sul rapporto e sui diritti, equipari le prerogative, le guarentigie e lo status delle magistrature. Una riforma serena ed equilibrata della responsabilità civile dei magistrati, per farne uno strumento efficace di tutela dei cittadini, senza tentazioni punitive e, soprattutto, senza invocare a sproposito le decisioni della giustizia europea. Una riforma del sistema delle incompatibilità per i magistrati che si candidano, a mio parere inevitabile per garantire la sostanza e anche l’apparenza dell'imparzialità dell'istituzione. 

Ovviamente queste riforme competono alla politica, ma la magistratura non è spettatore passivo: deve avere la capacità, la forza, la lungimiranza di interloquire su questi temi con la politica e, intanto, di adottare al proprio interno un nuovo canone per il moderno magistrato. Anche perché, se davvero abbiamo detto che il contesto è profondamente mutato, che i livelli, gli ambiti, le giurisdizioni di riferimento sono profondamente mutate, certamente non possiamo farci sostenitori di una visione puramente conservativa al proprio interno.

Questo vuol dire adottare regole più severe nella valutazione dell’impegno individuale dei magistrati; punire, senza compromessi o cedimenti, i comportamenti opportunistici o scorretti; premiare le differenze, senza l’indulgenza generalizzata che appiattisce; rendere il merito percezione di buon senso e non solo il frutto di alambicchi matematici; cancellare le appartenenze, salvo quanto ho detto all’inizio, come elemento di differenza tra le persone; richiedere sempre professionalità e competenza, sobrietà e rigore morale. 

Questi sono i punti di una ritrovata maturità, di un mondo finalmente consapevole del proprio alto ufficio e della propria insostituibilità, ma anche conscio che il proprio maggior tesoro, la propria essenza, la propria fonte di legittimazione è, e resta, l’autorevolezza del corpo e la credibilità dei propri membri. In questo - che anche in Cassazione ho chiamato, ma credo che non sia un’iperbole retorica - laico sacerdozio al servizio della legalità, il vulnus di uno, non ce lo dobbiamo mai dimenticare, propaga le proprie ombre su tutti. 

La magistratura deve trovare formule che sappiano renderla sempre più protagonista della vita collettiva al servizio della legalità. 

A voi, a Magistratura Democratica, il compito di aiutarla a trovare questa strada. 

Buon viaggio

 

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