Presentazione del volume “La riforma delle società di capitali a dieci anni dalla sua introduzione", di Gustavo Visentini

Presentazione del volume “La riforma delle società di capitali a dieci anni dalla sua introduzione", di Gustavo Visentini

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Sono molto contento di essere qui, oggi, alla presentazione del volume dell’amico Gustavo Visentini, sia per il rapporto di stima e di amicizia che a lui mi lega da tanto tempo, sia per il rilievo che questo volume ha nell’attualità del diritto commerciale e della riforma alla cui nascita ho avuto l’onore di contribuire più di dieci anni fa.
E commentare alcuni aspetti della riforma del diritto societario a dieci anni di distanza dalla sua entrata in vigore comporta inevitabilmente una sorta di bilancio, un "guardarsi allo specchio" con dieci anni di vita, che per una riforma legislativa del XXI secolo non sono pochi.
Come è noto viviamo tempi di straordinaria accelerazione della dinamica socio-economica e, dunque, anche l'attività di normazione  arranca all’inseguimento di questa evoluzione.
Probabilmente dopo dieci anni significa essere “nel mezzo del cammin di sua vita” e, forse, anche qualcosa di più.
Vorrei quindi sottolineare come i cambiamenti economici e finanziari di questi dieci anni – basta guardarci alle spalle negli ultimi due o tre anni, con tutto quello che hanno significato in termini di crisi delle economie mondiali, di depressione di cui ancora patiamo le conseguenze - si pongano in rapporto con l’idea della riforma (nel senso etimologico, dunque di "essenza" della riforma). Ovviamente non perché la riforma sia una sorta di “sole” cui si pretende tutto ruoti intorno, ma perché fu volutamente strutturata da coloro che vi lavorarono con un alto grado di flessibilità, così da dar vita ad un tessuto normativo che doveva prestarsi ad essere utilizzato anche in scenari diversi rispetto a quelli del 2003.
Si consideri che nel 2003, quando la riforma ha visto la luce ma, lo scenario economico di riferimento risaliva alla fine degli anni ’90, che e' l'epoca in cui è stata pensata.
Quindi il senso di queste considerazioni, nella ricorrenza della riforma, e' quello di riflettere non tanto sul fatto se abbia fatto il suo tempo, ma se sia ancora il tempo della riforma, cioè se la riforma abbia vinto la sua scommessa in termini di elasticità, flessibilità e adattabilità rispetto a ciò che è successo.
Per fare questa rapida valutazione, credo che possa essere preso a riferimento il concetto di “governance” che, in qualche modo, è il filo rosso che attraversa tutta la riforma.
Paradossalmente, il termine “governance” nella riforma non c’è, ma credo che nessuno possa negare quanto la “governance” sia legata profondamente alla riforma che, dunque, non ne parla espressamente ma ne è  profondamente intrisa.
Occorre quindi tenere prsente il momento economico e finanziario della fine degli anni ’90 prima ancora sotto il profilo culturale che sotto quello della tecnica redazionale legislativa.

La tecnica, mai come in questo caso, è stata lo strumento per disegnare un progetto: quello di un’impresa che vive nel mercato; un mercato che in quegli anni era lanciato verso il fenomeno della “globalizzazione” in maniera sempre più netta.
Nel tentativo di preparare il nostro sistema giuridico ad essere competitivo ed efficiente, sono state prese ad esempio dinamiche di “governance” societaria di altri mercati storicamente più evoluti del nostro e spesso ampiamente anticipatori dei fenomeni commerciali, come il mercato nordamericano, ma anche quello continentale.
Il tutto nella consapevolezza non di voler importare ciecamente modelli estranei al nostro ordinamento, ma di comprendere ed adattare i fenomeni anche per adattarli alle nostre esigenze.
I principi stabiliti dall’OCSE in tema di governance si concentravano soprattutto sul tema della separazione tra proprietà e controllo.
In realtà, nella dimensione europea e, soprattutto, in quella italiana, non era questa la preoccupazione principale perché la dinamica dominante nel nostro mercato era (e forse è ancora) la conflittualità fra soci di maggioranza e soci di minoranza o, forse, sarebbe meglio dire delle minoranze. E poi perché affidarsi al mercato per risolvere le inefficienze della “governance” non era e non è una filosofia particolarmente radicata della nostra cultura legislativa. Una legislazione che ha quasi sempre privilegiato l'imperatività della norma sulla libera dinamica del mercato.
Da questo punto di vista, la riforma ha rappresentato una piccola rivoluzione, una scelta netta a favore dell’autonomia privata, della libertà delle parti di trovare gli strumenti giuridici che il legislatore offriva in maniera libera per poter realizzare, in modo più efficace, i propri interessi economici.
Eppure, cercando di andare controcorrente rispetto a questa nostra tradizione fortemente radicata di imperatività della norma che, di suo, risolveva anche i problemi dell’economia e del mercato, si e' cercato di dar vita a sistemi accomunati, soprattutto per quanto riguarda la società per azioni, nel considerare centrale il fenomeno dell’investimento nell’impresa. Il punto di contatto fra le diverse visioni di “governance” che percorrono la riforma sta proprio nella centralità del momento dell’investimento. Questo – mi permetto sommessamente di dire, almeno nelle intenzioni - era il senso generale di governance nella riforma. Un concetto ampio, ovviamente, che si è distinto da quello delle altre tradizioni giuridiche a cui abbiamo guardato, soprattutto sul piano della disciplina.

Legato a governance è il termine di “società”. Diceva il compianto Paolo Ferro-Luzzi che la società andava studiata come “un’organizzazione dell’esercizio della responsabilità e del finanziamento dell’impresa”.
Credo che la riforma abbia condotto a prestare il massimo dell’attenzione al fenomeno dell’impresa. Molte innovazioni legislative riguardano proprio l’attività d’impresa: il principio di continuità nella disciplina della trasformazione, l'imputabilità dei patrimoni destinati (e della relativa contabilizzazione), gli strumenti finanziari partecipativi, il conflitto di interessi degli amministratori, le azioni correlate, e potremmo andare oltre.
Aver arricchito con nuovi strumenti giuridici il profilo dell’investimento dell’impresa ed innovato la disciplina delle azioni ha prodotto conseguenze rilevanti sulla figura del socio. Il piano meramente economico su cui si pone il socio della società di capitali della riforma coincide con il "non socio" che investe nell’impresa tramite strumenti finanziari. Entrambi possono partecipare ai risultati dell’attività dell’impresa in un modo che è assai affine. La differenza si trova su un piano diverso, formale e giuridico (non tanto su quello economico). Solo il socio può investire nell’impresa conferendo utilità e ricevendo azioni. Tutti gli altri investitori non soci apportano le utilità, interagiscono con l’impresa a livello del patrimonio e non del capitale. La differenza sta proprio nella diversa disciplina che pone il capitale sociale su un piano diverso rispetto al patrimonio. Basti pensare che il socio vede fruttare il proprio investimento tipicamente tramite la distribuzione dei dividendi e la “restituzione” del conferimento tramite operazioni sul capitale sociale; l’investitore non socio sta fuori di questa disciplina, sia per quanto riguarda la rendita del suo investimento che il rimborso del capitale investito.
Il vantaggio, nei propositi del legislatore della riforma, doveva essere quello di innalzare l’efficienza economica delle nostre imprese e di farlo in un modo che fosse comprensibile anche al potenziale investitore straniero. Un termine oggi comune nel momento in cui la riforma fu pensata; meno comune è quello di competitività. La riforma intendeva offrire strumenti per rendere il modello societario, e quindi l’attività di impresa nostra, competitivo a livello internazionale. Basti ricordare che la legge delega diceva che occorreva perseguire l’obiettivo prioritario di favorire la nascita, la crescita e la competitività delle imprese anche attraverso il loro accesso ai mercati interni e internazionali dei capitali. Ecco che si torna al finanziamento ed alla governance.
Una governance che, ovviamente, andrebbe letta in tutta la sua interconnessione nel rapporto tra finanziatori e amministratori. I modelli di amministrazione e di controllo, che sono tra quelli che forse hanno segnato in modo più evidente la riforma, sono un momento per comporre proprio questo rapporto tra finanziatori e amministratori.
Certamente sulle scelte della riforma pesò il regolamento comunitario, che era appena uscito nel 2001, sulla società europea; pesò l’esperienza tedesca, particolarmente nella scelta del sistema dualistico, anche se il nostro dualistico manca di aspetti fondamentali rispetto a quello tedesco, come la cogestione, l’alta amministrazione, i poteri del presidente del consiglio di sorveglianza e l’assenza di funzioni di controllo contabile.
Il nostro sistema dualistico voleva essere l’agevolazione del passaggio generazionale in un capitalismo, quello italiano, segnato fortemente dalla connotazione “familiare” e dalla presenza di azionisti di controllo (fondatore dell’azienda o co-fondatori). Il controllo stabile e interessato dell’impresa in mano al fondatore o alle generazioni successive può tuttavia rendere difficile l’entrata di finanza esterna proveniente dal mercato, l’ingresso di managers specializzati, la crescita dell’impresa.
 Il rischio e' di atrofizzare il sistema delle nostre micro imprese e di togliere, con il passaggio generazionale, ossigeno a questa tipologia di attività d’impresa.
Il sistema dualistico pensato per garantire il passaggio generazionale, è stato impiegato in modo evidente e, forse, giornalisticamente più rilevante, per le grandi imprese, che hanno utilizzato il modello in funzione dell'utilità che offriva per la pluralità di posizioni di vertice in seguito a fusioni, coniugando questa finalità che il legislatore della riforma, per la verità, non aveva neppure ben presente, rispetto a quella più consapevole di rendere più flessibile il capitalismo familiare, distinguendo il momento della gestione dal momento del controllo e attribuendo al termine “controllo” un significato del tutto nuovo, attraverso l’introduzione del consiglio di sorveglianza. Probabilmente questa aspirazione non è stata colta appieno – è inutile dire che la riforma non ha introdotto solo il dualistico o neppure solo il monastico - ma attraverso l’autonomia statutaria , che è la maggior espressione di quella scelta a favore dell’autonomia privata, ha offerto la possibilità di modelli che possono ritagliarsi sulle forme della singola impresa. E, dunque, la libertà nella scelta del modello di amministrazione e controllo è un ulteriore elemento di concorrenza di imprese o, potenzialmente, può esserlo. Il modo in cui questa libertà viene declinata è l’elemento che deve mostrare la maturità e la responsabilità dell’impresa.
Le innovazioni della riforma hanno avuto fortune o sfortune diverse.
Non tutti gli strumenti sono stati utilizzati e non tutti allo stesso modo;
alcuni - su cui il legislatore confidava -  sono rimasti in un angolo e, viceversa, altri - giudicati secondari - sono stati ampiamente praticati. La disattenzione verso alcuni di questi strumenti può dipendere anche dallo sforzo, non indifferente, richiesto al ceto professionale per comprendere i nuovi strumenti e per gestire la responsabilità del loro impiego.
Credo che la riforma rimanga una miniera a cui attingere per scovare ancora, in quell’armamentario che offre, soluzioni per risolvere molti dei problemi che oggi la nostra economia deve affrontare. Fare questo ci può aiutare per un utilizzo migliore di quell’offerta. Farlo è un lavoro importante e il volume del professor Visentini si colloca esattamente in questa dimensione e offre una lampada per avventurarsi nella miniera della riforma, anche penetrando in una profondità, come spesso capita, non solo alle opere del legislatore ma forse, soprattutto, a quelle letterarie.
In un momento in cui la concorrenza fra mercati è altissima e le fonti di finanziamento per le imprese scarseggiano, l’organicità della riforma, che dell’investimento nell’impresa ha fatto il suo centro, può essere sfruttata al meglio. Si tratta di offrire ancora alle imprese una chiave per accedere alle opportunità che, diversamente, rimangono precluse. Si tratta di organizzarsi per essere trasparenti e affidabili e la riforma offre gli strumenti della trasparenza. Si tratta di mostrarsi in modo comprensibile anche ai capitali stranieri. Tutto questo credo che stia scritto lì e non ci sia bisogno di inventarsene un’altra, non per dire che questa è la migliore delle riforme possibili ma che, forse, conviene continuare ad applicarsi per metterla in pratica, per spiegare – come fa Visentini agli addetti ai lavori, ai giuristi, agli operatori del diritto ma anche agli investitori, sulla scorta di un volume come questo – come debbono fare i professionisti, le potenzialità delle norme che da dieci anni stanno scritte in quel codice.
Ci si potrebbe chiedere, conclusivamente, se sia la riforma che, per le potenzialità che potrebbe offrire agli operatori, si presti ad agevolare la ripresa economica ovvero se solo una ripresa economica possa consentire di avvalerci di tutte le opportunità che la riforma contiene.
Non pretendo di risolvere questo dilemma, che ci riconduce a quello eterno dei rapporti storici fra l’economia e il diritto e a chi va assegnata la primazia tra il primo e il secondo, ma credo che questa riflessione ci consenta di concludere che la riforma non può intendersi come una misura congiunturale ma di sistema e, come tale, da metabolizzarsi in una prospettiva di lunga durata. E, credo, dobbiamo essere tutti grati a Gustavo Visentini che, con il suo volume, ci aiuta a rendere questa consapevolezza più chiara, più nitida per tutti.

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