Convegno del CSM “I primi 50 anni delle donne in magistratura: quali prospettive per il futuro” e “La violenza di genere nella società attuale”

Convegno del CSM “I primi 50 anni delle donne in magistratura: quali prospettive per il futuro” e “La violenza di genere nella società attuale”

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Sono molto contento di portare il saluto del Consiglio superiore a questo bel convegno, organizzato dal Comitato per le pari opportunità e dalle nostre due consigliere Giuseppina Casella e Giovanna Di Rosa, che hanno profuso un grande impegno e una grande passione ottenendo un ottimo risultato. Questa sala offre un bellissimo colpo d’occhio – credo che sia la prima volta in cui è a larghissima presenza femminile  – ed è una grande soddisfazione potervi salutare, in particolare le illustri relatrici sia della sessione del mattino che del pomeriggio, la cui presenza già di per sé rappresenta una sorta di tableau vivant rappresentativo: la vita di queste donne che interverranno, il loro impegno nelle istituzioni, il servizio reso con grande capacità testimoniano l’indispensabilità della componente "rosa" nelle realtà professionali, sociali ed istituzionali, e ne offrono una prova storica diretta, qui ed ora.
Il tema di genere rappresenta a tutt’oggi, in magistratura così come nel resto dell’ordinamento, evidenti criticità.
Questo momento di bilancio che il convegno offre, sollecitato dalla celebrazione del cinquantenario dell’ingresso delle donne in magistratura, sarà certamente uno stimolo per una rinnovata consapevolezza sul tema e per riflettere sugli strumenti migliorativi da adottare.
Il filo rosso della questione femminile è sempre stato il controverso ed instabile equilibrio tra eguaglianza e diseguaglianza, tra regole uniformi e diritto diseguale, il tutto come conseguenza della mutevolezza  e della complessità dell’identità di genere.
Tra le tappe fondamentali di questa risalente dinamica dualistica va annoverata la già ricordata e ormai “cinquantenne” legge n. 66 del 9 febbraio 1963, scaturita dalla spinta giurisprudenziale, che ha consentito – come il ministro ha appena ricordato - accesso delle donne a tutte le cariche pubbliche.
Questo oggi sembra un approdo scontato, doveroso.
Ma ancora tra i nostri Padri costituenti vi era chi opinava in senso contrario. Non voglio aggiungere altre citazioni alle molte che ha fatto il ministro perché non vorrei contribuire ad un rinfocolarsi del pregiudizio. Mi limito ad attribuire la paternità di una delle frasi che il ministro ha richiamato, quello che riguardava "il complesso anatomo-fisiologico, per cui la donna non può giudicare”: la frase è dell’on. Codacci.
Poi, per oltre un ventennio, la questione di genere in qualche modo rimane silente, questo sia perché la componente numerica delle toghe rosa era modesta, sia perché, culturalmente, le donne si sono forse impegnate più ad omologarsi all’unico modello professionale sostenibile invece che ad affermare un’autonoma soggettività di genere.
Solo nel momento in cui si è venuta esprimendo, culturalmente e socialmente, un’identità sessuale di genere, è nata l’autonoma categoria del “lavoro femminile”.
Il primo approccio della legislazione al femminile ha tuttavia considerato la componente rosa come una sorta di "posta negativa" del sistema.
La prima attività normativa infatti si e' tradotta in un diritto diseguale di tipo compensativo, ritenuto lo strumento indispensabile per rimuovere le disparità tra lavoratori e lavoratrici.
Diversa, rispetto a questa impostazione, è la legge n. 125 del 1991, che per la prima volta detta le azioni positive per la realizzazione della parità sul lavoro attraverso la realizzazione di un modello bidirezionale, allo stesso tempo paritario e uni-protettivo.
Il Consiglio Superiore, in epoca non sospetta, ha recepito questa novità attivando una politica giudiziaria improntata alla cultura di genere.
Dagli anni ‘90 è iniziata una nuova stagione regolativa, quella delle azioni positive, contrassegnata dall’apporto fornito dal Comitato Pari Opportunità in Magistratura, promotore di tante meritorie forme di intervento.
Oggi la tutela della donna magistrato appartiene strutturalmente al regime tabellare e risulta ormai metabolizzata nell’organizzazione degli uffici e nell’applicazione degli strumenti di tutela del personale della magistratura.
Nell’ultima consiliatura si è lavorato per migliorare il sistema di flessibilizzazione del lavoro del magistrato madre; è stata affinata l’attività sostitutiva garantita dai magistrati distrettuali; si sono velocizzati percorsi regolativi su temi di quotidiano rilievo, come gli asili nido aziendali.
La criticità che rimane da affrontare oggi è certamente quella della scarsa presenza della componente femminile nei centri decisionali e nelle posizioni di vertice.
Per un verso ci si rende conto che le donne, quanto più si sentono preparate, motivate ed impegnate nella vita professionale, tanto più avvertono un’istintiva repulsione per sistemi normativi di garanzia del risultato, quella sorta di prêt à porter che sono le quote che, troppo spesso, sviliscono le professionalità perché hanno, per chi dovrebbe giovarsene, il sapore del privilegio.
Per altro verso, l’ordinamento non può permettersi di perdere risorse preziose e, ben al di là di battaglie ideologiche o di settore, questo va visto nella focale prospettiva del buon andamento dell’Amministrazione e dell’imparzialità, cioè di quei valori che sono costituzionalmente garantiti.
Su questa falsariga, tutte le istituzioni debbono aggiornare i propri meccanismi di selezione, adattandoli ai peculiari soggetti in concorrenza.
Mi auguro che siano presto maturi i tempi per soluzioni di normale competitività, dove il parametro valutativo sia tarato su un modello più ricco e completo di magistrato, che assommi in sé il meglio dei contributi dei due generi che lo compongono.
La reale praticabilità di un disegno così moderno impone, però, un metodo condiviso.
Non di rado, invece, il dibattito sulle pari opportunità vede quasi esclusivamente partecipi le donne - l’occasione odierna, per la verità, rappresenta una felice ed apprezzata smentita di questo approccio - quasi che si tratti di un problema che le donne devono risolversi da sole, perché solo le riguarda.
Il che, chiaramente, non è.
Consentitemi un accenno soltanto all'altro tema del dibattito odierno: la violenza sulle donne.
I dati di cronaca sono evidenti e drammatici; rimane da tentare un’interpretazione del fenomeno.
La già rilevata storica diseguaglianza tra i sessi credo che non sia sufficiente a spiegare una cifra criminale così cospicua. Tanto meno si possono evocare preconcetti o arretratezze culturali tenendo conto che il prototipo del femminicida è, di solito, un uomo collocato su un gradino medio della scala sociale.
In realtà, questa ondata di orrore di genere credo scaturisca proprio dalla crisi culturale e morale dei giorni nostri, in una società caratterizzata da ruoli sempre più instabili e da dinamiche fortemente destabilizzanti.
Quella stessa crescita di identità del genere femminile, proiettando nell’immaginario collettivo l’idea di una donna autonoma e forte, rischia in qualche caso di mettere in crisi la soggettività maschile. E’ la inconsistente, ma pur serpeggiante paura di cui fu antesignano Catone il censore, quando ammoniva “appena le donne avranno cominciato ad essere vostre eguali, esse saranno vostre superiori”.
Nuove forme di insicurezza e fragilità finiscono spesso per infettare sentimenti e relazioni, inducendo impulsi di ritorsione e di rabbia.
Tutto questo si inserisce, ovviamente, in una cornice più ampia di crisi dei valori e di frantumazione del modello di famiglia tradizionale, senza contare l’insufficienza dei servizi di supporto alla persona ed alla famiglia e l’evanescenza della rete protettiva, che dovrebbe essere propria di un sistema efficiente di solidarietà sociale.
La magistratura, dal canto suo, si è mostrata da tempo sensibile a questa allarmante realtà, tanto da intraprendere varie iniziative per migliorare la risposta di giustizia nell'ambito della violenza familiare e favorire anche un confronto sempre più approfondito al suo interno su questo  tema.
Diversi uffici di Procura  hanno predisposto modelli d’intesa con soggetti istituzionali e privati. Alcuni uffici hanno pubblicato linee-guida di consultazione semplice per accedere alle possibilità offerte dal sistema giudiziario per chi soffra atti di violenza abituale.
Occorre però che tutte le Istituzioni, non solo la magistratura, si facciano interpreti di un diverso modello sociale, fondato su politiche di conciliazione ben integrate, mirate alla creazione di famiglie più stabili ed aggreganti e di contesti lavorativi più equilibrati.
La magistratura farà, come sempre, la sua parte rendendosi interprete di un sistema culturale veramente rinnovato dall’interno.
Oggi gli approfondimenti di questo incontro saranno certamente un utile viatico per una riflessione che affondi le proprie radici nella nostra cultura e nel nostro comune sentire, prima ancora che nel diritto.
E’ con questa fiducia, con questa certezza che auguro a tutti voi una proficua e costruttiva giornata di lavoro.

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