Seminario "La convenzione di Palermo e la lotta al crimine organizzato nell’attuale panorama internazionale. Il ruolo dell’Italia: riflessioni e aspettative", in collaborazione con la Fondazione Falcone

Seminario "La convenzione di Palermo e la lotta al crimine organizzato nell’attuale panorama internazionale. Il ruolo dell’Italia: riflessioni e aspettative", in collaborazione con la Fondazione Falcone

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Terribilmente grave, estremamente mutevole: la realtà del crimine organizzato impone un impegno incessante e tenace di riflessione e di contrasto.
L’essenza “delle mafie” è inafferrabile: non appena ingabbiata entro precise coordinate, sfugge, lasciando dietro di sé solo stereotipi e luoghi comuni.
Nel suo innato istinto d’infiltrazione e adattamento, il crimine organizzato è lo specchio negativo della realtà.
Questa analisi non si concilia, ne sono consapevole, con quella diffusa visione manichea della realtà fatta di buoni e cattivi, dove il crimine è un corpo estraneo, in antitesi rispetto al sistema legale. Viceversa la criminalità organizzata è parte integrante del vissuto civile, imprenditoriale e politico, un “diffuso potere occulto” come la definiva  Giovanni Falcone.
Analisi distante anche da quelle concezioni “pan criminali”, in cui tutto è infestato: la teorica dell’indistinto rischia di far perdere di vista la reale criminalità e, in una pericolosa eterogenesi dei fini, di favorire la strategia del camuffamento.
La diffusione ed il potenziamento dei gruppi criminali si è andata modellando sulle situazioni di crisi del nostro Paese, che vanno dal declino industriale al deficit delle attività finanziarie, dalle contraddizioni istituzionali e politiche allo stallo occupazionale, dall’insufficienza dell’assetto regolativo all'eclissi di una scala dei valori condivisi. Le imprese criminali garantiscono la rivitalizzazione di complessi aziendali, posti di lavoro, immediate provviste di denaro, senza contare l’offerta di un sistema di regole ben certe e con l’aggiunta della pronta risoluzione delle controversie, addirittura con forme di risarcimento per i soggetti non adeguatamente appagati. Sul territorio, poi, le organizzazioni assicurano la soddisfazione di esigenze abitative e di ordine sociale, o addirittura interventi di tipo assistenziale, come il sostegno economico alle famiglie dei detenuti.
Si staglia insomma un apparato di supplenza complementare, il lato oscuro di uno Stato inefficiente.
La mappatura aggiornata della dislocazione delle organizzazioni criminali denuncia l’inesistenza di isole felici.
La costante nel tempo e nello spazio di queste organizzazioni criminali è il sistema. Questa parola, utilizzata dagli stessi appartenenti al gruppo per qualificare il proprio status, allude ad un contesto complessivo in cui le forme delinquenziali si sviluppano entro precise regole e specifici modelli operativi, assimilabili, secondo un modello d’interpretazione economico-giuridica, al prototipo dell’impresa.
Ogni consorteria criminale, ispirata a una solida cultura del dirigere, condivide la strategia dell’occupazione metodica delle strutture dell’economia, intaccando nel profondo le regole della convivenza. Una “mafia liquida” capace d’infiltrarsi dappertutto. L’insidia di oggi sta proprio in ciò che le forme classiche dell’agire mafioso, violente ed eclatanti, sono divenute sempre più evanescenti.
L’organizzazione criminale costituisce per l’impresa in difficoltà la più efficiente agenzia di servizi disponibile sul mercato. La chiave di volta sta proprio nel riconoscimento che la mafiosità ha un preciso valore economico ma l’infiltrazione nel tessuto imprenditoriale è anche funzionale a controllare e gestire l’indotto lavorativo.
C’è di più: penetrando nelle dinamiche dell’economia sommersa, si avverte che in zone del Paese neppur più geograficamente identificabili, sistema economico ufficiale e criminalità organizzata sono diventate due entità degenerative in piena sintonia, entrambe al di fuori delle regole.
Così stando le cose, le misure repressive o le tradizionali forme di controllo istituzionali sono a tutta evidenza insufficienti. E’ la rete sistemica che va aggredita in tutti i suoi più criptati passaggi, e ciò non come materia emergenziale e derogatoria ma come dimensione ordinaria e comune della realtà.
In verità, se nessun calo di tensione è ammissibile, è altrettanto innegabile che molti passi avanti sono stati compiuti, dalla ottimizzazione delle tecniche investigative all’affinamento degli strumenti giuridici e processuali relativi ai reati di mafia; dalla razionalizzazione mirata dei servizi detentivi al migliore monitoraggio dei circuiti finanziari e contrattuali.
Strumenti d’intervento, come la Convenzione di Palermo, costituiscono risultati  positivi, quali momenti di armonizzazione del diritto penale internazionale e fattori di riconoscimento della gravità delle fenomenologie delinquenziali internazionali.
Ma quel che risulta davvero indispensabile in una seria strategia  è rompere la rete protettiva di cui godono le mafie e demolire il sistema extra istituzionale di controllo sociale, semplicemente deprivandolo della sua utilità, proponendo cioè una nuova spendibilità dell’autorità costituita. Solo così la fiducia dei cittadini può essere riguadagnata.
Continuare ad investire con tenacia sulla cultura della legalità è un imperativo etico individuale e collettivo. Il circuito distorsivo tra società e mafia può davvero essere interrotto e molto positivi sono i segnali che già provengono dalla società civile, dal mondo delle associazioni, e ne abbiamo oggi un chiaro esempio.
Su questo scenario si staglia la figura di coloro che, incarnando pienamente una concezione istituzionale del proprio ruolo, hanno sostenuto, con inesauribile passione, lucida intelligenza ed inesauribile speranza, la sfida della legalità e della giustizia.
Con le parole del Capo dello Stato  ricordiamo oggi  “la figura e il sacrificio di Giovanni Falcone, per dedicare alla sua memoria, alla memoria di Francesca Morvillo, di Paolo Borsellino e di tutti i caduti, un rinnovato, corale giuramento d'impegno civile”.

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